Vendiamo armi pure ai Paesi in guerra

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di Carmine Gazzanni

Oltre 316 milioni di euro solo nel 2013. A tanto ammonta il cospicuo fatturato dell’export mondiale di “armi comuni da sparo e munizioni”, in forte aumento soprattutto verso le zone di maggior tensione del mondo come il Medio Oriente e l’Africa. Questo è il dato scioccante che emerge da un dossier realizzato dall’Opal (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere) sulla base di dati forniti dall’Istat. E pensare che stiamo parlando soltanto del distretto industriale della Val Trompia, in provincia di Brescia. È qui, infatti, che si concentrano le principali aziende italiane di armi leggere. Un business incredibile trainato dalla Beretta Holding, seguita poi dalle più modeste ditte delle famiglie Bernardelli, Fausti, Sabatti, Tanfoglio e Perazzi. Armi ad uso civile, per la difesa personale, le competizioni sportive, la caccia e il collezionismo, ma che sono acquistate anche dai corpi di polizia di mezzo mondo, a cominciare proprio dai Paesi in conflitto o responsabili di violazione dei diritti umani.

Le destinazioni
Eppure c’è una legge – la 185/90 – che a riguardo fissa paletti imprescindibili: le aziende italiane non possono fare affari con paesi in conflitto o in cui siano accertate gravi violazioni dei diritti umani o la cui spesa miliare è eccessiva rispetto a quella sociale. Un divieto che però, stando al dossier dell’Opal, è lontano dalla messa in pratica. Se infatti ad aumentare sono anche le esportazioni verso i Paesi da sempre acquirenti di armi leggere italiane come quelli del Nord America e dell’Unione Europea, il dato che desta meraviglia è relativo agli incrementi che si registrano per i Paesi del Medio Oriente (più 23% rispetto al 2012) e dell’Africa (più 36%). Stiamo parlando, in soldoni, di un passaggio dai 14 milioni del 2012 ai 36 del 2013 per i primi, e di un passaggio da 9 a 24 per i secondi.

I clienti
Ma è andando a vedere le statistiche Paese per Paese che si acquista maggiore contezza della questione. Cominciamo dal Medio Oriente. Desta incredulità il fatto, ad esempio, che tra i maggiori acquirenti dell’area spunti il Libano, nonostante sia un Paese sottoposto a misure di embargo di armi sia da parte delle Nazioni Unite che da parte dell’Unione Europea. E non stiamo certamente parlando di un commercio secondario dato che si registra un incremento, tra il 2012 e il 2013, addirittura del 72%. Niente, però, in confronto al 286% in più del Kuwait: se nel 2012 aveva acquistato dalle industrie italiane armi leggere per poco più di un milione di euro, ora i milioni sono ben quattro. E poi, ancora, tra i principali acquirenti Emirati Arabi (4 milioni), Israele (2,4) e Oman (1,2). Le cose non cambiano spostandoci in Africa. Oltre ai “classici” clienti del Marocco e del Sudafrica, ecco spuntare l’Egitto, protagonista nell’ultimo periodo di pesanti conflitti interni. L’incremento, peraltro, non è di poco conto: 119% rispetto al 2012 (da 1,7 milioni a 3,9).

Gli altri
Nella speciale classifica dei maggiori clienti delle aziende italiane di armi leggere, però, il primo posto spetta agli Stati Uniti che solo l’anno scorso hanno speso 132 milioni di euro (oltre un terzo del fatturato complessivo). Segue, poi, la Turchia (quasi 24 milioni), altro Paese “a rischio” sia per le tensioni interne che hanno scosso il paese a seguito della repressione dei manifestanti di Gezi Park, sia soprattutto per il perdurare del conflitto in Siria e per la mancanza di controlli efficaci sulle esportazioni di armi dalla Turchia stessa. Non poteva poi mancare la Russia, altro Stato al centro del ciclone dopo la vicenda Crimea. Se per l’establishment internazionale è un problema decisamente non trascurabile, per le aziende italiane la Russia è un cliente di tutto riguardo: son ben 23 i milioni di euro spesi in armi dallo Stato dello “zar” Putin.

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