La vergogna dei salari da fame. In povertà più di un lavoratore su 10. Siamo tra i peggiori in Europa per Working poor. Ma dal ministero del Lavoro non arriva alcun rimedio

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Avere un lavoro in Italia non è condizione sufficiente per evitare di cadere in povertà. Nel nostro Paese il fenomeno della povertà lavorativa è più marcato che negli altri Stati europei: l’indicatore prodotto da Eurostat mostra che nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era povero, contro una media Ue del 9,2%. È uno dei dati contenuti nel Rapporto della Commissione del ministero del Lavoro sulla povertà lavorativa. Nel dibattito pubblico, il fenomeno dei working poor è spesso collegato a salari insufficienti mentre questo – si legge nel Rapporto – è il risultato di un processo che va ben oltre il salario e che riguarda i tempi di lavoro (ovvero quante ore si lavora abitualmente a settimana e quante settimane si lavora nel corso di un anno), la composizione familiare (e in particolare quante persone percepiscono un reddito all’interno del nucleo) e il ruolo redistributivo dello Stato.

Una strategia di lotta alla povertà lavorativa richiede quindi una molteplicità di strumenti per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo ben mirato. Per combattere il fenomeno la Commissione ha elaborato cinque proposte. Si parte dal garantire minimi salariali adeguati. Che sono “una condizione necessaria (ma non sufficiente) per combattere la povertà lavorativa”. Nel caso italiano sono due le opzioni in discussione spesso in conflitto tra loro: estendere i contratti collettivi principali a tutti i lavoratori – come sostengono le parti sociali – oppure introdurre un salario minimo per legge, come insiste il M5S.

LA TERZA VIA. Per questo motivo il Gruppo di lavoro ha elaborato una terza opzione che consenta una sperimentazione di un salario minimo per legge o di griglie salariali basate sui contratti collettivi in un numero limitato di settori. La seconda proposta è rafforzare la vigilanza documentale. Una volta fissato un minimo salariale per via contrattuale o legale, è essenziale che questo minimo sia rispettato. Introdurre un in-work benefit è il terzo suggerimento. In Italia, solo il 50% dei lavoratori poveri percepisce una qualche prestazione di sostegno al reddito rispetto al 65% in media europea.

In particolare, in Italia manca uno strumento per integrare i redditi dei lavoratori poveri, un in-work benefit (letteralmente trasferimento a chi lavora), che permetterebbe di aiutare chi si trova in situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare. Un in-work benefit in Italia dovrebbe assorbire gli “80 euro” (ora Bonus dipendenti) e la disoccupazione parziale per arrivare a uno strumento unico, di facile accesso e coerente con il resto del sistema (in particolare, Reddito di cittadinanza, ma anche il nuovo Assegno unico per i figli). La proposta numero quattro è incentivare il rispetto delle norme da parte delle aziende e aumentare la consapevolezza dei lavoratori.

L’ultima proposta è promuovere una revisione dell’indicatore Ue di povertà lavorativa che, al momento, esclude i lavoratori con meno di sette mesi di lavoro durante l’anno e presuppone un’equa condivisione delle risorse all’interno della famiglia. Le cinque proposte – avverte la Commissione – vanno considerate nel complesso perché nessuna di queste presa in isolamento è risolutiva, ma soprattutto perché se non combinate con altre, alcune proposte rischiano di essere inefficaci (per esempio, un salario minimo senza controlli più stringenti) o addirittura dannose (un in-work benefit senza minimi salariali adeguati e rispettati).