Vertice tra Letta e Conte. Si decide il futuro dell’asse giallorosso. I due ex premier favorevoli all’intesa. Unica strada per battere le Destre

Letta Conte
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Parola d’ordine: battere il centrodestra, lo era per Nicola Zingaretti e lo è anche per Enrico Letta. Con questa premessa è inevitabile la necessità di “comporre una grande alleanza in cui stia il M5s”, imprescindibile quindi l’incontro di oggi fra il neo segretario del Partito democratico e il leader in pectore del futuro Movimento 5 stelle (che a breve dovrebbe cambiare nome e simbolo) Giuseppe Conte.

Nonostante la sfida lanciata da Matteo Renzi domenica scorsa dal palco (virtuale) dell’Assemblea di Italia Viva (“Pronti al confronto coi dem sul riformismo ma scelgano, noi o il M5s”) Letta ha scelto dunque di proseguire nel solco tracciato dal suo predecessore, una “via obbligata per avere un campo che sia effettivamente competitivo con la destra, in grado di guardare al mondo più colpito dalla crisi, quello dei settori popolari della società italiana, e contemporaneamente di guardare ad una risposta agganciata all’Europa”, come sottolineato ieri dal ministro del Lavoro Andrea Orlando nel corso di un incontro con la stampa estera.

Il Pd, come del resto ammette lo stesso Orlando, veniva da una situazione di grave crisi determinata da una sconfitta elettorale – alle politiche del 2018 – e soprattutto da un grave isolamento politico che è stato superato proprio con la nascita del governo Conte bis, possibile grazie all’alleanza fra dem e pentastellati. Alleanza proseguita a livello centrale nell’esecutivo guidato da Mario Draghi e a livello locale con la partecipazione dei 5stelle nelle giunte regionali di Puglia e Lazio per volontà dei due governatori dem Michele Emiliano e Nicola Zingaretti.

Non a caso uno dei temi portanti dell’incontro con Conte oggi sarà quello delle sinergie da costruire subito in vista del voto di ottobre nelle principali città italiane, un vero e proprio “tavolo nazionale” di coalizione per affrontare le sfide sui territori. E qui si arriva alle dolenti note: il nodo più ostico da sciogliere riguarda ovviamente la Capitale dove la sindaca Virginia Raggi non ha nessuna intenzione di ritirare la propria candidatura per il secondo mandato, forte della blindatura del garante Beppe Grillo, di diversi big del Movimento e soprattutto degli ultimi sondaggi che la vedono in testa al primo turno su tutti i possibili sfidanti.

Ma non è un segreto che dal Pd la Raggi venga percepita (e definita) come un “ostacolo”. “Se dovessimo correre alleati coi 5Stelle vinceremmo sicuramente anche a Roma – è il ragionamento che fanno al Nazareno – divisi sarebbe un terno al lotto, anche perché in campo nella stessa area c’è pure Carlo Calenda e il fronte ‘europeista’ non può permettersi di presentarsi con tre candidati”. Oggettivamente un passo indietro della Raggi a questo punto è altamente improbabile ma le stesse fonti Pd interpellate prevedono che in quel caso andrebbero divisi al primo turno per poi tornare uniti al ballottaggio.

In ogni caso, come ha precisato il vicesegretario Pd Beppe Provenzano, intervistato domenica a In Mezz’ora in Più su Rai3 (qui la puntata): “Le prime mosse di Enrico Letta vanno nella direzione per cui il Pd vuole presidiare un campo largo e aprirsi alla società”, sottolineando però che “I rapporti con i 5 Stelle sono anche competitivi. Noi siamo intenzionati a ricercare un’alleanza soprattutto dopo la stagione di governo giallorossa in cui le posizioni di M5s sono molto cambiate e soprattutto dopo la guida di Conte dei 5 Stelle. Ma questo va fatto nella chiarezza, all’esito del percorso che stanno facendo i 5 stelle, per poi concludere con un significativo: “ci misureremo”. Sinergia sì dunque ma con un rapporto paritario e “competitivo”.

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