Via libera al Jobs Act. Ma il Pd si spacca

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dalla Redazione

Il Jobs Act passa l’esame della Camera con 316 sì, 6 no e 5 astenuti. Ora tornerà al Senato. Non hanno partecipato al voto finale i deputati del Movimento 5 stelle, di Forza Italia, della Lega, di Fratelli d’Italia e di Sel. Ma il dato peggiore per Matteo Renzi è la spaccatura con la minoranza del Pd che non ha votato il Jobs Act: quaranta deputati del Partito democratico su un gruppo di 307 componenti. Due i no al testo, altri due si sono astenuti. Le bocciature sono quelle di Giuseppe Civati e Luca Pastorino. Astenuti i civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini. Non sarebbero da conteggiare sei assenti giustificati in casa dem. La minoranza Pd ha spiegato la scelta in un documento: “Alla fine di una discussione seria e che rispettiamo non possiamo votare a favore del Jobs act. Abbiamo apprezzato l’impegno della commissione Lavoro della Camera e riconosciuto i passi avanti compiuti su singole norme. Tuttavia, l’impianto del provvedimento rimane non convincente. Ci preoccupa il cedimento culturale all’idea che la libertà di impresa coincida con vincoli da abolire per consentire finalmente il diritto di licenziare”.

Le principali novità riguardano l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, co.co.co, ammortizzatori sociali, collocamento obbligatorio dei disabili e controlli a distanza. In tema di licenziamenti è previsto l’obbligo di reintegro nei casi di licenziamenti disciplinari ingiustificati, che sarà limitato al alcune specifiche fattispecie. Mentre la norma non cambia per i licenziamenti discriminatori o nulli e per i licenziamenti economici.