Vietato dissentire sulle armi a Kiev. Chi dice No passa per filo-Putin. Riparte l’orda social per delegittimare il dissenso. Opporsi alle bombe costa l’accusa di sostenere Mosca

armi a Kiev
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Il trucco è sempre lo stesso: polarizzare il ragionamento e il dibattito per creare due fronti avversari, ritenere qualsiasi cenno alla complessità un’inutile appesantimento e costruirsi un’identità sulla delegittimazione dei dissidenti. Così il 1° marzo del 2022 l’orda social (e la sua coda televisiva e tra gli editoriali) vorrebbe convincerci che se non ritieni opportuno sganciare subito una bomba atomica su Mosca sei un filo-Putin, un fiancheggiatore del dittatore o alla meglio un “pacifista”.

L’Italia ripudia la guerra ma invia le armi a Kiev

I pacifisti sono i nuovi buonisti: se qualcuno espone una tesi fuori dalla cerchia del pensiero che va per la maggiore viene considerato uno stralunato idealista. Mica per niente Gino Strada è diventato un comodo souvenir da morto mentre da vivo gli è toccato schivare gli insulti.

Siamo entrati nell’epoca dei pacifisti bellici. Non stupisce, per carità, se è vero che ci ritroviamo a sopportare il partito degli ecologisti carbonfossili. Dappertutto è una spinta ossessiva e ossessionata sull’intervenire subito, sull’intervenire forte, sull’eliminazione più brutale possibile dell’orrido nemico. Se in mezzo muoiono civili basterà un bel mausoleo da inaugurare contriti tra qualche anno.

In pochi giorni la geografia politica del mondo è stata stravolta sull’onda di un’emotività irrazionale e agonistica che ha portato l’Ue a stanziare fondi per spedire armi per “costruire la pace attraverso la guerra”, come accade ogni volta che si apparecchia una guerra spergiurando che sia l’ultima o che sia troppo “giusta” per non farla. Accadono cose indicibili su cui non si spende nemmeno un minuto per riflettere: l’Europa che cade nel tranello putiniano dell’alzare l’asticella ogni giorno di più e si attorciglia in una sequela impressionante di uscite, dichiarazioni e comunicati stampa per soddisfare l’ingordigia degli spettatori.

Abbiamo annunciato sostegno militare a un Paese in guerra con la Russia come non si faceva nemmeno in tempi della Guerra Fredda per non incendiare la situazione. Abbiamo Federico Fubini in prima pagina sul Corriere che si lamenta perché “noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto in famiglia era motivo d’orgoglio, oggi è considerato inaccettabile”: un invito “a cercar la bella morte” che mette i brividi.

Leggiamo le lamentele di chi ci invita a non perdere tempo in analisi come se la “guerra per la guerra” fosse una posizione ragionevole. Così dobbiamo sorbirci la narrazione della “prima guerra nel cuore dell’Europa” come se in Jugoslavia non sia mai successo niente. Non possiamo permetterci di ricordare l’allargamento della Nato contravvenendo gli accordi. Perfino Carlo Calenda nota che “ammettere l’Ucraina nell’UE mentre è in guerra con la Russia vuol dire andare in guerra con la Russia” mettendo in guardia dal pericolo dell’escalation (che è il concime perfetto per Putin).

Dicono: “E allora cosa proponete?”. Difendere i popoli, prima dei governi (che nel dibattito sembrano spariti). Rispettare la nostra Costituzione che ci permette di inviare solo “equipaggiamenti militari non letali di protezione”. E mettere sanzioni, sanzioni vere: quelle che costano davvero alle oligarchie russe (ed europee) che Putin l’hanno legittimato per anni e che preferirebbero perdere vite umane più di qualche punto di fatturato. Perché la pace costa, eccome se costa. Ma è più onesta di una guerra.