Violenza sulle donne, quanta ipocrisia: su 40 milioni stanziati spesi solo 6mila euro. Per tradurre una webserie turca

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Parlare di fallimento è il minimo. Perché se a distanza di tre anni dall’approvazione della legge sull’istituzione del Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, è tutto ancora in alto mare, eufemismi non se ne possono usare. Mentre un giorno sì e l’altro pure le cronache raccontano di donne abusate o violentate, la triste presa d’atto è che, aldilà dei tanti roboanti annunci, non ci si è mossi di un solo millimetro. Il dato è sconfortante e a dirlo chiaramente è la Corte dei Conti in un dossier pubblicato proprio in questi giorni. “A fronte di 40 milioni di euro – scrivono i magistrati contabili – assegnati dal legislatore per le finalità del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere […] sono stati spesi solo 6mila euro”. Incredibile? Sì. Peccato sia tutto vero: in pratica, in tre anni è stato speso lo 0,02%.

LENTO PEDE – Ma a questo punto entriamo nel dettaglio. È il 14 agosto 2013 quando viene approvato il decreto istitutivo del Piano straordinario. Un Piano che, concretamente, parte soltanto due anni dopo, nel luglio del 2015. E cosa  si doveva stabilire con il fatidico Piano? Le linee di intervento e relativi finanziamenti. Peccato che, scrive ancora la Corte dei Conti, “nel Piano non sono esplicitati i criteri sulla cui base si è proceduti alla ripartizione delle risorse assegnate dal legislatore”. Insomma, scrivono ancora i magistrati, bisogna prendere atto della “mancanza di qualunque collegamento tra le linee di azione e la ripartizione del plafond disponibile”. Ovvero i 40 milioni di euro assegnati dal decreto del 2013.

DISASTRO – Ma c’è di più. Perché, ovviamente, anche se senza alcun criterio, i fondi sono stati assegnati. Come? E qui il disastro emerge in tutta la sua vergogna. Partiamo dalla presidenza del Consiglio che avrebbe dovuto creare una struttura centrale: un Osservatorio e una cabina di regia. Tutto, ovviamente, ancora in alto mare. Tanto che, scrive ancora la Corte dei Conti, “ci si sarebbe aspettati una maggiore sollecitudine nelle operazioni” che, peraltro, “costituiscono solo il presupposto per l’avvio delle attività”. Ma andiamo avanti. Già, perché stando al Piano si prevedeva, poi, anche un’azione territoriale, tramite Tavoli di coordinamento. Risultato? “Non è accettabile l’assenza di collegamento fra tali Tavoli e il Dipartimento per le pari opportunità, sia pur solo a livello conoscitivo”. In altre parole, il Dipartimento di Maria Elena Boschi nemmeno sa se i Tavoli territoriali siano stati istituiti o meno. Basta così? Certo che no: doveva nascere anche una banca dati nazionale (finanziato con due milioni di euro) e poi una “rete di sostegno alle donne e ai loro figli” (altri 5 milioni). Ma non c’è niente da fare: tutto fermo. Il quadro che emerge è desolante: i 40 milioni dovevano servire a progetti specifici del Piano Antiviolenza (29 milioni circa), a progetti regionali (13 milioni) e, infine, a interventi della Presidenza del Consiglio (altri 7). Ad oggi sono stati spesi, per l’esattezza, solo 6.050 euro da Palazzo Chigi. Come? Presto detto: per la “traduzione e sottotitolazione in lingua turca della Web Serie #CosedaUomini” e per l’acquisto di materiale informativo da distribuire tramite gli sportelli di Poste Italiane. A distanza di tre anni, questo è ciò che è stato fatto. Tanto basta.

Twitter: @CarmineGazzanni