Il 30 marzo, nella sede della Lega a via Bellerio a Milano, Matteo Salvini ha parlato per quarantacinque minuti. Erano presenti Luca Zaia, Attilio Fontana, Alberto Stefani, Massimiliano Fedriga, i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Zaia era in sala, seduto come gli altri. Al termine, Salvini ha comunicato la linea: «Niente rimpasto, nessun nuovo ministero per la Lega». L’ex governatore del Veneto era presente, è rimasto in silenzio, non è stato interpellato.
Da questa scena si può leggere tutto il resto
Da una settimana il governo navigava nel dopo-referendum sulla giustizia. Daniela Santanchè aveva lasciato il Turismo, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi avevano lasciato la Giustizia. Le agenzie rimbalzavano il nome di Zaia come possibile ministro delle Imprese, con Adolfo Urso in trasloco al Turismo: Zaia porta voti nel Nord produttivo e una credibilità certificata da tre mandati in Veneto.
Salvini ha detto no a tutto. Il Turismo, fonti leghiste lo hanno ribadito, resta in quota Fratelli d’Italia. Per le Imprese, la chiosa è arrivata ugualmente compatta: con le Politiche a poco più di un anno, intestarsi un dicastero economico carico di crisi industriali significa prendersi i guai degli altri. Quel ministero, ai vertici, sarebbe stato descritto come quello dei fallimenti: vedi l’ex Ilva. Tradotto: Urso può restare.
I numeri che scomodano
A novembre 2025, YouTrend ha pubblicato per Sky Tg24 un sondaggio che Salvini ha letto, presumibilmente, con fastidio. Il 31% degli italiani dichiara molta o abbastanza fiducia in Luca Zaia. Salvini si ferma al 22%, nove punti sotto. Tra gli elettori del centrodestra, Zaia raggiunge il 49%; nel campo largo, il 33%. Per Salvini, nel campo largo, la quota si ferma al 5%.
Zaia alle regionali venete di novembre 2025 ha portato 203mila preferenze personali. Inserire quell’uomo in un esecutivo, con un ministero di prima fascia, significa accendere un faro quotidiano sulle sue capacità esecutive in comparazione diretta con quelle di Salvini. Che al governo c’è già. E la comparazione partirebbe già storta per lui.
Il veto che non si chiama veto
Per bloccare un avversario interno senza nominarlo, si blocca il terreno su cui potrebbe muoversi. «Niente nuovi ministeri per la Lega» suona come senso di responsabilità istituzionale e funziona al tempo stesso come cordone sanitario. Zaia non viene citato. È in sala, in silenzio. La porta si chiude senza sbatterla.
Il Fatto Quotidiano, il 31 marzo, titolava su un altro dettaglio della stessa riunione: in caso di rimpasto allargato, Salvini punta al Viminale, il ministero dell’Interno lasciato per il processo Open Arms. Quindi: niente nuovi ministeri per la Lega in linea generale, ma se il rimpasto si allarga il segretario federale vuole il Viminale per sé. La contraddizione regge, finché nessuno la legge ad alta voce.
Va detto che anche Zaia ha le sue ragioni per stare lontano da Roma. Secondo Lettera43, considera rischioso il fatto che la Lega si faccia carico dei ministeri economici in un momento congiunturale difficile, con la fine dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Come ministro non parlamentare guadagnerebbe circa la metà di quanto percepisce in Veneto. La riluttanza ha radici anche personali.
Solo che la paura di Salvini ne ha di più profonde. La Lega che Zaia rappresenta da anni mal digerisce la linea di via Bellerio. Ogni volta che il doge ottiene visibilità nazionale, la divergenza tra l’anima produttiva e quella populista del Carroccio torna a farsi leggibile. Un ministro Zaia a Roma sarebbe il punto di riferimento naturale per quella Lega che Salvini non riesce a essere.
Quarantacinque minuti di discorso. Zaia in silenzio, non interpellato. La porta chiusa senza sbatterla. L’unica cosa che Salvini teme davvero è che qualcuno, un giorno, la apra.