Zavattini e il mistero dei colori. Sognava di essere un pittore

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di Mimmo Mastrangelo

Un personaggio così poliedrico ed eclettico come Cesare Zavattini (Luzzara 1902, Roma 1989), così curioso e propenso a lasciarsi incantare dalle “cose delle arti” non poteva rimanere indifferente alla fascinazione della pittura, al mistero intriso nelle forme e nei colori. Tant’è che fu lo stesso Zavattini ad ammettere che, purtroppo, solo a trentasei anni “cominciai a dipingere, a sporcarmi di tempere, inchiostri, oli, vernici, a usare le dita come pennelli per guadagnare un po’ di tempo perduto…”. Che gioia profonda mi danno i quadri –aggiungeva lo scrittore e sceneggiatore emiliano – e se avessi soldi non farei altro che comprare quadri”. E in effetti di quadri Za ne acquistò moltissimi, al punto da trasformare la sua casa di Roma in una galleria privata, ricca di piccoli quadretti acquistati o avuti in dono da pittori italiani (a parte qualche eccezione come Arroyo, Bueno, Genarlic, Rivera) che hanno connotato l’arte nostrana del novecento. A partire dal 1940 Zavattini iniziò a collezionare quadretti di dimensione minuta (10 per 8) che via-via che crescevano di numero sulle pareti della sua abitazione divenivano un unico tappeto di paesaggi, nature morte e forme astratte, nonché di autoritratti di Guttuso, Levi, Sironi, Pistoletto, Angeli, Dorazio, Sassu, Rotella, Schifano, Vedova, Rosai, , Mafai , Morlotti,, Mazzacurati, Ligabue, Maccari, Cantatore, Manzù, Turcato, Consagra, De Chirico, De Pisis, Dorfles, Carrà, Depero, Franchina, Gentilini e di moltissimi altri artisti. Nel 1979 per esigenze economiche, Zavattini fu costretto disfarsi della sua preziosa raccolta. A malincuore dovette vendere quei preziosi gioielli personali che gli procuravano nell’osservarli e scrutarli ebbrezza e piacere. Nel 2008 la Pinacoteca di Brera riuscì a recuperare (ed acquistare) centocinquantadue degli autoritratti di vecchia proprietà di Zavattini ed ora li ha esposti in una stanza per l’allestimento “A tutti i pittori ho chiesto l’autoritratto” , curato da Marina Gargiulo. La quale scrive nel bel catalogo edito da Skira che “la singolarità della collezione è nell’invito a entrare a far parte di una serie, unica e straordinaria, perché volutamente non monumentale, che riunisce davvero tutti – o quasi – gli artisti dell’epoca e alcuni noti esponenti del mondo della letteratura, dell’editoria, del cinema, del teatro, con i quali Za mantiene rapporti epistolari continui”. La mostra di Brera ha quasi una valenza “dizionaristica”, in quanto favorisce di avvicinare il visitatore ai tanti linguaggi, alle tante tecniche, alle tante genialità che hanno fatto l’arte italiana del secolo scorso. Eppure ogni quadretto e, allo stesso tempo, tutti quanti insieme ci fanno conoscere un profilo di Cesare Zavattini, il quale nel farsi propirietario di campionature di pittura si scopre di stupore, di un demone surreale intrinseco e di una leggera vocazione a lasciarsi ammaliare dagli idiomi e dalle tecniche più dissimili del creare immagini. In contemporanea alla mostra di Brera, che rimarrà aperta fino al prossimo 8 settembre, allo Spazio Oberdan del capoluogo lombardo è in corso una retrospettiva di ventitre film in un cui è possibile ritrovare il creatore di un cinema antiromanzesco e cronachistico, lo Zavattini teorizzatore di quello sguardo in macchina che pedina gli uomini e si accosta quanto più è possibile al loro agire quotidiano. Tra le altre pellicole in visioni anche “La veritàààà”, girato nel 1981 (un anno dopo venne pure programmata dalla Rai) e dove è all’opera uno Za regista e interprete, assolutamente geniale in trovate registiche e spunti polemici.

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