Zingaretti irremovibile. Nel Pd ora è corsa aperta alla successione. L’Assemblea dem dovrà eleggere un nuovo segretario con pieni poteri o un reggente in vista del Congresso

NICOLA ZINGARETTI
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Nel tardo pomeriggio di ieri un invito a ritirare le dimissioni era arrivato persino dal governatore dell’Emilia Romagna, da più parti indicato come possibile antagonista di Nicola Zingaretti per la guida del Pd, Stefano Bonaccini: nulla da fare, Nicola Zingaretti non ci ha ripensato e, irremovibile di fronte al pressing per farlo rimanere giunto da tutte le aree del partito – compresa Base riformista – ha formalizzato le sue dimissioni con una missiva indirizzata alla presidente del Pd Valentina Cuppi.

Che non ha risparmiato una stoccata alla minoranza interna che, di fatto, ha logorato la tenuta degli attuali assetti al Nazareno: “è stata una decisione assolutamente sofferta, ma di grande responsabilità e generosità per il Paese. Nicola, ancora una volta, ha scelto di lavorare per la propria comunità e di fare un gesto che chiamasse alla responsabilità tutto quanto il Pd. Qui, tuttavia, è mancata la stessa responsabilità nel partito”. In ogni caso, le jeux sont fait e, come sottolinea il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci, Statuto alla mano, “una volta che le dimissioni sono consegnate ufficialmente, cosa che è avvenuta oggi (ieri, ndr) nelle mani della nostra presidente, sono irrevocabili. Prendiamo atto, l’Assemblea nazionale dovrà trovare soluzioni per il nostro futuro”.

L’assise convocata per il 13 e 14 marzo – posto come sembra che Zingaretti non ritiri prima di sabato le dimissioni – sarà dunque chiamata a eleggere un segretario o indire il Congresso, affidando nel frattempo ad un reggente la gestione del partito. Le diverse correnti concordano sulla necessità di evitare questo secondo scenario – cioè la reggenza – poiché con la pandemia ancora in corso sarebbe ad oggi impossibile stabilire con certezza quando poter avviare la macchina congressuale.

Il che implica l’elezione di un segretario con pieni poteri che dovrà gestire le amministrative e condurre le trattative per quella che sarà la battaglia campale dell’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, a inizio 2022. In questo senso non fanno testo i precedenti, cioè la prassi scelta di fronte alle dimissioni di altri leader (Veltroni nel 2009, Bersani nel 2013, Renzi nel 2018) proprio perché non erano in calendario eventi clou come l’elezione dei sindaci di tutte le maggiori città e soprattutto l’elezione dell’inquilino del Colle.

In ogni caso se, come plausibile, il Parlamento dovesse indicare per quella carica l’attuale premier Mario Draghi, la legislatura finirebbe, si andrebbe subito al voto e ci sarebbe una campagna elettorale durissima da condurre. Insomma, tutti appuntamenti che il Pd non può rischiare di affrontare con una leadership depotenziata. Un po’ tutte le anime interne al partito, dunque, a partire da AreaDem di Dario Franceschini, vedono come inevitabile una scadenza anticipata del congresso rispetto al 2023 e, in più, è quasi unanime la richiesta non di un congresso ordinario ma di un “processo costituente”che ridefinisca l’identità del Pd: lo chiedono i rappresentanti di tutte le correnti, da Matteo Mauri (“scegliere subito in modo unitario una figura autorevole che ci guidi verso una fase costituente”) a Roberto Morassut, Michele Bordo, Enrico Morando.

Il tema in discussione già in queste ore dentro la maggioranza interna, quella che ha sostenuto finora Zingaretti, è semmai se eleggersi da sola il segretario oppure puntare su un segretario “unitario” che coinvolga almeno Base riformista: le opzioni sui nomi dipendono dalla risposta a questa domanda. Il nome di Andrea Orlando – dato come possibile candidato anche in un congresso magari in alternativa a Stefano Bonaccini – escluderebbe Base Riformista dall’intesa e vi è la consapevolezza di essere di fronte ad un passaggio delicatissimo per la tenuta del Pd.

Nell’esigenza di concordare una soluzione si discute, dunque, se una figura come quella di Roberta Pinotti (di Area Dem), sia o meno troppo connotata e si fa allora, sempre per non scontentare le donne dem, il nome di Debora Serracchiani. Anche perché se non si trova un accordo politico, cioè un punto di incontro fra le varie correnti e le varie esigenze, è inutile fare l’Assemblea. Secondo statuto ci sono 30 giorni dalle dimissioni formali, quindi entro il 5 aprile. E trovare una soluzione, visto lo stato dei rapporti nel Pd, non sarà semplicissimo.