A chi giova la confusione sulle Onlus. Le ricche Fondazioni bancarie trattate come l’Unicef. Ma i ricavi nel Terzo settore non sono tutti uguali

di Gaetano Pedullà
Editoriale
onlus

Ma ce li vedete davvero gli eletti in Parlamento dei Cinque Stelle che aumentano le tasse a chi fa beneficienza giusto per il gusto di colpire la povera gente? Non serve una memoria da elefante per ricordare che il Movimento ha sempre puntato il dito contro la grande finanza, le rendite e le banche, e non certo sul sostegno a chi è emarginato o momentaneamente escluso dal mercato del lavoro. Con questa logica redistributiva è nato il Reddito di cittadinanza e dunque non bisogna essere raffinati politologi per comprendere che l’aumento dell’imposta Ires agli enti del Terzo settore aveva un obiettivo ben diverso dal penalizzare chi fa del bene e chi lo riceve.

Quando si parla di Terzo settore si parla infatti di una galassia di soggetti, dalle piccole iniziative parrocchiali ad autentiche multinazionali, passando per le Fondazioni bancarie, cioè gli azionisti rilevanti di gran parte del sistema bancario del Paese. Nella cassaforte di questi enti la legge Amato del 1990 ha infilato il patrimonio delle grandi banche dell’epoca, separando la gestione degli istituti di credito dalle influenze politiche e del territorio, delegando alle Fondazioni il compito di investire in attività filantropiche una parte dei ricavi provenienti dal proprio ingente capitale. Come si legge chiaramente nel 23esimo rapporto sulle Fondazioni di origine bancaria, presentato a settembre scorso dall’Acri (l’associazione di riferimento), questi enti se la passano piuttosto bene.

Grazie agli investimenti sui mercati finanziari nel 2017 hanno guadagnato il 54% in più dell’anno precedente. Un pozzo di soldi, che ulteriormente incrementato da qualche piccolo risparmio nelle sontuose spese di gestione ha permesso di conseguire un avanzo di 1.479 milioni di euro. Fermi tutti: non è un refuso di stampa: le 88 Fondazioni bancarie nell’ultimo esercizio hanno guadagnato quasi un miliardo e mezzo di euro in più rispetto all’anno precedente, andando ad aggiungere questo ben di Dio agli altri proventi, per un avanzo totale di 2.087,4 miliardi, e un patrimonio netto finale di 39,8 miliardi.

Stiamo parlando dunque di soggetti solidissimi che sul serio si capisce poco come possano essere conteggiati insieme a organismi che spaziano da Save The Children Italia alla Comunità di Sant’Egidio, fino alle piccole associazioni Onlus che si autofinanziano con fatica per portare un pasto caldo a chi non ha un tetto e nulla per vivere. Per le Fondazioni bancarie, sia chiaro, pagare un po’ di tasse in più non solo è sostenibile, ma è anche eticamente dovuto perché questi soggetti hanno tradito tre volte lo spirito della stessa legge Amato.

Questa legge le immaginava infatti come organizzazioni con il solo compito di restituire ai territori di competenza una porzione dei lauti guadagni ottenuti nel tempo dalle banche. Il primo tradimento è dunque plasticamente incarnato dalla figura del presidente da solo 18 anni dell’Acri, quel Giuseppe Guzzetti, politico di così lungo corso da essere stato senatore Dc e presidente della Regione Lombardia niente di meno che nel 1979, per poi diventare nel 1997 dominus della Fondazione Cariplo, cioè la più grande e importante di tutto il sistema nazionale delle Fondazioni bancarie.

Questi soggetti, insomma, sono diventati dei regni, con persino la successione decisa per discendenza dinastica, sulla base di chi garba ai vertici uscenti e a nessun altro, in nome di un’autonomia che è stata maramaldamente trasformata in autoreferenzialità. Il secondo tradimento sta negli importi erogati per le finalità d’istituto, che seppure in linea con le direttive di prudenza e conservazione del patrimonio, alla fine sono minori rispetto alle aspettative. Solo per capirci: a fronte di un avanzo 2017 di 2 miliardi e 87,4 milioni le erogazioni sono state 984,5 milioni, cioè meno della metà.

E da qui si arriva subito al terzo tradimento, forse il più grave di tutti: le Fondazioni che dovevano separare la politica dalle banche limitandosi all’attività filantropica in realtà hanno giocato in quasi trent’anni una sorta di Risiko bancario, sottraendo ingenti risorse alla beneficienza per salire nell’azionariato degli istituti di credito e determinarne la governance, cioè chi comanda. Abbiamo assistito così al tracollo di realtà solidissime, come la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, ormai rimasta appena l’ombra di quella solidissima realtà che controllava Rocca Salimbeni.

Proprio per non mollare il timone di quell’istituito la Fondazione ha perso quasi tutto il suo patrimonio, che invece doveva andare a finanziare sanità, cultura, scuola e welfare. Di fronte a questo scenario il Governo pressato da Bruxelles sulla Manovra ha uniformato le aliquote Iva pagate da tutti i soggetti del Terzo settore, penalizzando chi destina tutte le risorse al contrasto della povertà e non ha dirigenti che viaggiano con l’autista e in auto blu, passando da un vernissage al dare udienza (e raccomandazioni) ai consiglieri di amministrazione delle banche. Signori ben mimetizzati dietro le Onlus che ora giustamente protestano per l’aumento delle tasse.