Agenda digitale, Italia quartultima nella classifica Ue. E buttiamo fiumi di incentivi

di Giorgio Velardi
Cronaca

Un Paese in zona retrocessione. Non ci sono solo i dati dell’Ocse a testimoniare il fatto che l’Italia fatichi ad agganciare il treno delle più importanti economie continentali. C’è pure un altro terreno sul quale il Belpaese è parecchio indietro rispetto ai propri partner. È quello che riguarda l’attuazione della cosiddetta Agenda digitale, cioè l’insieme di azioni e norme per lo sviluppo delle tecnologie, dell’innovazione e dell’economia digitale. Ebbene: nei giorni scorsi la Commissione europea ha pubblicato i valori, aggiornati a fine 2016, del Desi, l’indice che misura il grado di diffusione del digitale negli Stati Ue. Dove siamo? Soltanto in 25esima posizione, quartultimo posto prima di Romania, Bulgaria e Grecia. Insomma, c’è chiaramente qualcosa che non va. “Le criticità sono molteplici”, dice senza mezzi termini Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio sull’Agenda digitale del Politecnico di Milano. “Prima di tutto – spiega a La Notizia – c’è un problema infrastrutturale: l’Italia ha investito meno di altri paesi nel garantire connettività a famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni”. Così facendo “sono ancora poche le persone che possono usufruire di connessioni Internet a banda larga” e “anche quei piccoli passi in avanti che sono stati fatti non hanno ancora portato a risultati adeguati”.

Strategia miope – In sostanza: “Nel 2016 il ministero dello Sviluppo economico ha messo sul piatto 2,6 miliardi di euro per ‘coprire’ le cosiddette aree bianche, cioè quelle che sono a fallimento di mercato e sulle quali lo Stato decide comunque di investire per incentivare l’offerta di connettività”. Però? “Ci vorranno anni prima di recuperare il gap con i competitor europei, che nel frattempo non sono certo rimasti a guardare”, prosegue Gastaldi: “La verità è che abbiamo capito tardi quanto le tecnologie digitali siano centrali per la nostra economia”. Anni di miopia non si correggono in poco tempo con ingenti investimenti, è il ragionamento. Non solo. L’altra grande questione è infatti quella che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione: qui siamo scivolati da un già poco incoraggiante 17esimo posto al 21esimo. “La nostra Pa è travolta dalla burocrazia – dice Gastaldi –. Il digitale è l’unica arma che abbiamo per combatterla, peccato che al contrario si pensi solo a varare altre norme e leggi, cioè nuova burocrazia. Non proprio un approccio vincente…”.

Risorse al vento – Eppure per ridurre il gap le risorse ci sarebbero. “Dal 2014 al 2020 l’Europa mette a disposizione circa 1,6 miliardi l’anno per attuare l’Agenda digitale italiana” ma “molti di questi soldi non li stiamo usando perché manca un coordinamento fra i vari attori”, specialmente tra Regioni e Agenzia per l’Italia digitale. Proprio a proposito dell’organismo diretto da Antonio Samaritani, “il suo lavoro è fondamentale”, dice Gastaldi, così come la nomina di Mr. Amazon Diego Piacentini a commissario straordinario per il Digitale. Ma anche in questo caso non è tutto rose e fiori. Lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale, ad esempio, presenta ancora delle criticità. “Un milione di italiani ha oggi una chiave digitale per accedere ai servizi della Pa” ma “sono ancora troppo pochi i servizi offerti e Spid è scarsamente usato”, rivela Gastaldi. Serve cambiare passo. “Piacentini ha individuato delle priorità sulle quali lavorare con l’Agid”, conclude il direttore dell’Osservatorio sull’Agenda digitale. Chissà però se presto dalla teoria si riuscirà alla pratica.

Twitter: @GiorgioVelardi

  • Sergio

    Ringraziamo il PD e i loro compagni di “merende”.