Al Senato la trasparenza è un optional. Tre gruppi hanno violato il regolamento interno ma nessuno controlla

di Giorgio Velardi
Politica

Non c’è solo il Governo che manca di rispetto al Parlamento non rispondendo a interrogazioni e interpellanze dei deputati. In questa legislatura, segnata dal record di cambi di casacca e voti di fiducia, succede anche che siano gli stessi gruppi a non rispettare le Camere e in particolare i loro regolamenti. Soprattutto a Palazzo Madama. Come ha fatto notare venerdì Openpolis, l’osservatorio civico della politica italiana, infatti, il regolamento di contabilità dei gruppi parlamentari – dieci articoli in tutto che vanno dal controllo di conformità del rendiconto alle misure per garantire la trasparenza – prevede una serie di adempimenti specifici che non dovrebbero essere in alcun modo disattesi. In particolare, ha fatto notare l’associazione, è “obbligatorio pubblicare informazioni quali l’organizzazione interna del gruppo, gli estremi dei pagamenti (in entrata e in uscita) e i rendiconti annuali sulla gestione economica”.

Inoltre “l’articolo 5 del regolamento stabilisce che ogni gruppo deve dotarsi di un proprio sito internet in cui pubblicare tutte queste informazioni, rendendole consultabili da tutti i cittadini”. Ma se buona parte dei gruppi sono in regola qualcuno ha, diciamo così, deciso di fare un po’ come gli pare.

Gal2Occhio non vede – Di chi stiamo parlando? Di Alternativa popolare, il partito di Angelino Alfano capeggiato al Senato da Laura Bianconi, e di Grandi Autonomie e Libertà (Gal), del quale fa parte anche l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nel primo caso, sul portale gli alfaniani non hanno reso nota la propria pianta organica mentre il gruppo presieduto da Mario Ferrara non diffonde i rendiconti delle uscite da oltre un anno, ha scoperto Openpolis. E infatti, collegandosi al sito, si scopre che l’ultimo report delle uscite quadrimestrali è datato 31 agosto 2016. Non benissimo, insomma. Ma oltre a questi, l’associazione ha sollevato anche un altro caso, quello di Federazione della Libertà (FdL), il gruppo fondato da Gaetano Quagliariello il 25 maggio di quest’anno.

Botta e rispostaOpenpolis ha spiegato come il portale di FdL sia ad oggi nulla più di una “scatola vuota, riempita con foto d’archivio, sezioni standard e con una formattazione non personalizzata”. In pratica “hanno comprato il dominio, acquistato un template, e poi lo hanno lasciato vuoto”. I ‘quagliarelliani’ però respingono le accuse al mittente. “Per quanto riguarda la documentazione contabile annuale, va da sé che non può esistere essendo il gruppo nato a metà dell’anno tuttora in corso”, spiegano. Quanto alle rendicontazioni quadrimestrali, “ogni passaggio è stato fin qui compiuto addirittura in anticipo rispetto alle scadenze previste”. E il sito? “Il lavoro è in dirittura di arrivo – chiosano da FdL –, come da accordi ci verrà consegnato entro il 15 novembre e, presumibilmente, entro il lunedì successivo sarà online”. Vedremo.

Twitter: @GiorgioVelardi

  • honhil

    A casa Grasso, a quanto pare, tutto è permesso. Forse perché il presidente è impegnato a promuovere se stesso. In quanto ad Angelino Alfano l’africanizzatore sta per raccogliere quello che ha seminato. Lo ha bocciato la Sicilia, quella Sicilia che ha trasformato in un Hotspot a cielo aperto, ed è pronto a bocciarlo anche lo Stivale. Ne è la prova il nervosismo trapelato nel corso dell’ultima direzione di Ap e quel suo volere giustificare la collaborazione con il Pd, con il fatto che era l’unico modo per fermare l’avanzata di Grillo. Mentre la lettura esatta degli avvenimenti, in verità, dà un’opposta interpretazione. E’ stato, infatti, proprio il suo sposalizio con il multiculturalismo e il Pd che ha creato il terreno fertile su cui è attecchito e cresciuto il grillismo. Se non all’agrigentino Alfano (sempre in sella ad un ministero, forse è l’unico siciliano ad essere stato ministro in quattro diversi governi) e al Pd, a chi va intestata quest’invasione chiamata accoglienza?