Alla Bce si chiude l’era di Draghi. Un addio più celebrato del dovuto. Col bazooka degli stimoli monetari ha salvato l’euro. Ma il suo quantitative easing è partito tardi

di Sergio Patti
Economia

Arrivato al capolinea della presidenza Bce, Mario Draghi lascia una situazione solo apparentemente meno incerta di quella difficilissima trovata al momento del suo insediamento. In questi anni l’euro ha corso seriamente il rischio di saltare, e la crisi – c’è chi direbbe il salvataggio – è stata gestita in un clima tutt’altro che collegiale dentro a un board dove i falchi del rigore monetario hanno opposto una forte resistenza, e tutt’ora non si rassegnano. Anche per questo oggi a Francoforte l’attesa è di nessuna novità dall’ultima riunione del consiglio direttivo presieduta dal presidente uscente. Dopo il nuovo maxipacchetto di misure straordinarie di politica monetaria annunciate lo scorso 12 settembre, le bocce dovrebbero restare ferme, in attesa dell’insediamento il primo novembre di Christine Lagarde.

CHE EREDITÀ LASCIA. Il focus della tradizionale conferenza stampa di Draghi si è concentrato sui forti malumori che alcuni presidenti ed ex presidenti delle banche centrali dell’eurozona hanno espresso con tempi e modalità irrituali dopo l’annuncio delle misure a settembre, incluso il contestatissimo quantitative easing. Del resto non è mai successo che un governatore in carica abbia pubblicato una nota ufficiale sul sito della propria istituzione, come ha fatto in Olanda Klaas Knot, per esprimere il proprio dissenso sulle misure annunciate da Draghi e ritenute eccessive rispetto al reale stato dell’economia. E a stretto giro di posta sono arrivate le esternazioni del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann oltre che il documento firmato da alcuni ex governatori. È del resto evidente che quella manovra in ogni apparenza concertata non mirava certo a mettere in difficoltà lo stesso Draghi – che peraltro ha già dimostrato innumerevoli volte di saper tenere a bada i dissensi interni – ma a condizionare Lagarde, che giunge alla Bce forte dell’esperienza come direttore del Fondo Monetario Internazionale ma digiuna di politica monetaria.

Draghi dunque lascia l’Eurotower per un futuro professionale al momento sconosciuto, tirato per la giacca dalla politica italiana, nonostante un bilancio truccato. Se è vero che ha salvato la moneta comune e con questa il nostro Paese super indebitato, il quantitative easing poteva partire molto prima, disinnescando la crisi. I tedeschi non volevano e Draghi li ha costretti a cedere. Ci fosse riuscito con un po’ d’anticipo il risultato finale sarebbe stato perfetto.

“Come mi sento? Mi sento come qualcuno che ha cercato di adempiere il mandato nel miglior modo possibile. Questo è parte della mia eredità: non mollare mai” ha detto Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa riassumendo gli otto anni passati alla guida della Bce. Quanto al futuro: “Chiedete a mia moglie, spero che almeno lei lo sappia”. Draghi difende a spada tratta tutti questi strumenti, che oggi il direttivo ha confermato in toto, a partire dai tassi negativi, sui quali, secondo il presidente della Bce, “la valutazione complessiva è positiva”. Anche perché, ha aggiunto, “i miglioramenti nell’economia hanno più che compensato gli effetti collaterali negativi”.

Ora “il principale rischio è quello di una recessione economica, sia globale, sia nella zona euro” e per evitarlo alla sua erede lascia un ampio ventaglio di stimoli, che poi sarà lei a scegliere come utilizzare. Il suo lascito, dunque, è molto concreto e non prevede consigli. Quanto alle critiche levate dai Paesi del Nord contro il suo ‘pacchetto’ e in particolare contro il nuovo Qe, Draghi non si mostrato preoccupato: “Abbiamo sempre discussioni tutte le istituzioni litigano quando si discute di decisioni di politica monetaria. A volte questi disaccordi sono resi pubblici, a volte non lo sono. Penso che non sia stata la prima volta. Lo prendo come una parte del dibattito. Personalmente non ho replicato e il clima oggi è stato di unità”.

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