Altro che Imu, l’Italia del No ci costa centotrenta miliardi

di Andrea Koveos

Centotrenta miliardi. CEN-TO-TREN-TA MI-LI-AR-DI. Cinque volte più dell’Imu che ha dissanguato gli italiani. A tanto ammontano i fondi già stanziati per decine di opere pubbliche  bloccati dalla burocrazia. Un mare di soldi che giacciono nei cassetti dello Stato senza produrre lavoro, sviluppo e nuove infrastrutture. E dire che l’Italia è oggi all’ultimo posto in Europa per adeguamento della rete autostradale, per l’estensione del trasporto pubblico e delle ferrovie regionali. Non ci fossero i soldi, pazienza! Ma l’incredibile è che le risorse ci sono, imbrigliate però nelle maglie di complicati iter amministrativi, contenziosi e ricorsi ai tribunali di ogni ordine e grado.

Tutto parte da un sistema vecchio, leggi superate o che creano conflitti assurdi tra gli stessi livelli dello stato. Partiamo dal Cipe, che sta per Comitato interministeriale per la programmazione economica (e già l’ampollosità di questa sigla dice tutto). Ebbene, il Cipe solo negli ultimi 4 anni ha stanziato 30 miliardi di euro per i quali non sono state ancora bandite le gare o sottoscritti i contratti con le imprese. Tra Comuni e Province si giunge poi a oltre 13 miliardi di risorse bloccate dal Patto di stabilità. Di questi, quasi 5 miliardi sono i soldi che le imprese private devono avere per lavori già eseguiti.

Chi è il nemico dello sviluppo? La confusione e la follia di regole del secolo scorso, l’incrostazione di leggi che hanno messo l’uno contro l’altro lo stato e le regioni, i tribunali amministrativi locali e in molti casi il gradino superiore costituito dal Consiglio di stato. E poi la guerra tra pubblico e privato, la lunghezza insopportabile dei tempi necessari per far decidere ogni cosa ai consigli comunali, alle commissioni urbanistiche, persino ai consigli municipali. Per non parlare delle sovrintendenze e dei comitati spontanei che ormai spuntano come funghi e dicono no a tutto.

Il giochino è sempre lo stesso. Quando va bene e i committenti (stato, regioni, comuni, aziende pubbliche, ecc.) si mettono d’accordo, si fa una gara. Dopo procedure che possono durare anni, un’impresa vince sulle altre e qui automatico scatta il ricorso. I Tribunali amministrativi in attesa di pronunciarsi nel merito intanto bloccano l’esecuzione. Poi, qualunque sia il verdetto, chi perde ricorre al Consiglio di stato. Intanto i comitati fanno partire campagne che possono arrivare ai casi clamorosi di guerriglia dei No Tav o a vere battaglie sugli organi di stampa locali. Fatto sta che le opere slittano, i soldi restano inutilizzati, gli operai non vengono assunti o, se già chiamati al lavoro, sono licenziati. I cantieri in sostanza si fermano.

Nelle aule della giustizia amministrativa intanto si assiste a un enorme gioco dell’oca, in cui per ogni passo in avanti se ne possono fare tre indietro. Per un’approvazione incassata ci sono decine di riserve, per una gara vinta almeno un paio di richieste di varianti di progetto, per un avanzamento dei lavori una sospensione; il tutto condito da una propensione alla lite che è molto forte nel nostro Paese, favorita anche dalla legislazione Comunitaria.

Si assiste così a situazioni vergognose. Come il caso dell’autostrada Livorno – Civitavecchia; progetto nato nel 1968. Ci sono voluti 40 anni perché il Cipe approvasse il piano preliminare e ancora oggi siamo punto e a capo. E’ del 2004, invece, la prima autorizzazione al sistema di opere pubbliche stradali denominato Quadrilatero Marche-Umbria, su cui sono in corso contenziosi amministrativi per gli espropri delle aree. Come se non bastasse le cose si complicano ancora di più se l’oggetto dell’opera pubblica riguarda la realizzazione di rigassificatori o impianti per il recupero energetico dei rifiuti i cui iter autorizzativi, se possibile, sono ancora più complicati. La vicenda della Pedemontana veneta, lunga appena 94 chilometri, ha richiesto un’istruttoria più lunga della superstrada stessa.

Caso unico nel suo genere appartiene alla Sicilia: nell’isola era prevista la realizzazione di quattro sistemi integrati per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti. Il valore degli investimenti era pari a un miliardo e mezzo di euro. Nel 2002 era stata indetta una gara, ma la realizzazione fu bloccata a causa di un ricorso; nel 2007 la Corte di Giustizia europea ha bloccato tutto poiché era stata scarsa la pubblicità ai bandi. Nel 2009 è stata indetta una nuova gara, ma nessuno dei gruppi invitati a partecipare ha presentato domanda, in quanto il nuovo concessionario avrebbe dovuto farsi carico dei costi sostenuti dalle imprese che si era aggiudicate la prima gara. Ad oggi in Sicilia l’88 per cento dei rifiuti viene smaltito in discarica.

Per opere pubbliche, però, non s’intende solo grandi realizzazioni ma anche interventi urgenti e utili per la collettività: messa in sicurezza delle scuole, infrastrutture di trasporto, edilizia sanitaria, manutenzione del territorio. Nell’Abruzzo del dopo terremoto, nella sola provincia dell’Aquila, sono fermi 120 milioni di euro, perché gli uffici dell’ex genio civile – burocrazia – non emettono le autorizzazioni. L’Ance (l’associazione nazionale costruttori edili) spinge per sbloccare le enormi risorse disponibili introducendo una deroga al Patto di stabilità e consentendo agli enti locali di spendere i soldi che hanno in cassa. Ma qui lo stato, con i suoi vincoli di bilancio, dice no, tenendo fermi così fondi che ci sono. Una follia.

Eppure riformare e semplificare il contorto iter amministrativo che regola le opere pubbliche non è un tema di cui si è sentito minimamente parlare nell’ultima campagna elettorale. Come se ci trovassimo di fronte a un argomento irrilevante. A chi importa che un miliardo investito in edilizia genera 17 mila posti di lavoro? E c’è da sperare che il governo che nascerà – se nascerà – avrà la forza di toccare un tasto che fa subito alzare le barricate a forze politiche che vanno dalla sinistra radicale ai grillini? Non bisogna essere grandi economisti per capire che gli investimenti costituiscono la parte più virtuosa e sostenibile della spesa pubblica. Ma di un cireneo che si intesti una simile riforma non c’è traccia all’orizzonte.

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