Autogol 5S sulla stampa. Ma anche i giornali scontano le loro colpe. Parla il conduttore-autore Bernardini. L’isteria diffusa è una malattia mortale

di Carmine Gazzanni
L'intervista

“Non si possono usare questi termini. Uno può essere anche convinto che per anni il modo di approcciare la sindaca Raggi da parte dei giornali sia sempre stato aggressivo e strumentale, ma arrivare a usare questi termini non è solo questione di bon-ton. Quelle parole lì così violente mi ricordano alcune parole e atteggiamenti di Trump di questi giorni: è figlia della stessa intolleranza”. La condanna agli improperi degli esponenti Cinque stelle, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in testa, è chiara da parte del giornalista e conduttore televisivo, Massimo Bernardini. Che, tuttavia, con la stessa onestà intellettuale, riconosce: “La colpa è anche dei giornali che adesso scontano i loro peccati”.

Partiamo dall’inizio: i toni utilizzati dai Cinque stelle nei confronti della stampa…
“Se tu fai una battaglia politica, ti esponi, il tuo operato viene scandagliato dalla stampa, è inevitabile. E tu non puoi reagire all’inevitabilità con questi termini. È stato un grandissimo errore. Ma c’è dell’altro”.

Cioè?
“La cosa più grave sono certe allusioni ritorsive, del tipo: “vedrete che allora adesso faremo la legge”. Dare delle “puttane” ai giornalisti è grave, ma è molto più grave minacciare. Come se delle scelte, legittime, siano la conseguenza di atteggiamenti ritorsivi”.

Una volta i Cinque stelle quasi fuggivano dal giudizio della stampa, oggi invece ne tengono conto e lo attaccano. Una sorta di crisi da parvenus affinché si venga accettati dall’establishment?
“Sicuramente hanno rotto il canone della diversità con cui si ponevano loro. In realtà oggi sono uguali agli altri”.

In che senso?
“Stanno diventando e stanno usando i media esattamente come i loro predecessori. Così arriviamo al clima ritorsivo. Mentre in un primo tempo credevo nella loro differenza rispetto all’inutilità di un certo modo servile di farsi intervistare più che di intervistare, ho l’impressione che passo dopo passo si stiano adeguando. E questo dispiace sia per loro che per il Paese: qualcuno che non avesse la malattia della televisione serviva in Italia. E invece anche loro già l’hanno presa”.

Resta, però, la domanda delle domande: perché l’hanno fatto? Dietro c’è una strategia per spostare l’asse di discussione?
“Loro si sentono completamente dalla parte della pancia del popolo. Sanno che più alzano i toni e più la gente gli andrà dietro. Contemporaneamente, però, non capiscono che hanno una responsabilità capitale nel non rendere sgangherata la reazione della gente. Il politico dovrebbe dare una misura di pacatezza e di ragionamento al popolo”.

E i Cinque stelle non hanno tale pacatezza?
“Spesso no. Ma è anche vero che in molti casi i giornali stessi hanno perso pacatezza e ragionamento. Questo non si può non dire”.

La stampa ha le sue colpe?
“Assolutamente sì. La stampa italiana è fortemente giustizialista. E, nel caso della Raggi e non solo, ha usato la clava del procedimento giudiziario contro il politico. La stampa da questo punto di vista sconta i suoi peccati”.

Il quadro che ne esce, tra stampa e politica, è tutt’altro che radioso…
“Questo Paese è malato, nel senso che è un Paese che non vuole più legittimarsi tra avversari, ma delegittimare gli avversari. È una malattia mortale che avvelena il clima dell’Italia”.

Come se ne esce?
“Bisogna tornare alla pacatezza. Io l’ho visto anche tramite la televisione: sul lungo periodo non paga quest’isteria. Anche perché quello a cui si giunge in ultima istanza è la fine di credibilità di tutti”.

Chi ha più responsabilità, secondo lei, tra stampa e politica?
“C’è una parte della stampa che ha veramente esagerato, usando toni clamorosi. Ho letto reazioni stamattina (due giorni fa, ndr) di una violenza inaudita alle cose che hanno detto i 5 stelle: sono stati ripagati con una moneta simile. Il punto è che chi fa politica, chi scrive sui giornali e chi fa televisione, tutti abbiamo grande una responsabilità affinché il clima di divisione del Paese si fermi prima che il Paese stesso diventi una piazza violenta”.