Berlusconi indagato a Firenze per le stragi del 1993. A tirarlo di nuovo in ballo è il boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano

di Fabrizio Colarieti
Cronaca

Il passato torna a bussare alla porta di Silvio Berlusconi. E lo fa, ancora una volta, evocando le bombe del Novantatré. L’ex premier, è notizia di oggi, ma in realtà è vecchia di due anni, è di nuovo indagato per gli attentati mafiosi che ventisei anni fa sconvolsero l’Italia. Per la Procura di Firenze, il Cavaliere, insieme a Marcello Dell’Utri, ne fu il mandante occulto.

LE BOMBE. Il primo: il 14 maggio, a Roma, Cosa Nostra piazza 90 chili di tritolo in via Fauro, sono per Maurizio Costanzo, ma l’attentato fallisce. Tredici giorni dopo, a Firenze, esplode una bomba in via dei Georgofili, le vittime sono 5 e anche la Galleria degli Uffizi subisce danni. Tra il 27 e il 28 luglio ne esplodono altre tre: in via Palestro, a Milano (5 vittime) e di nuovo a Roma, a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro. L’ultimo, ancora a Roma, fallisce il 31 ottobre allo stadio Olimpico durante Lazio-Udinese. Un’autobomba, imbottita con 130 chili di tritolo arricchito con chiodi e bulloni, non esplode perché il telecomando s’inceppa.

A ispirare la nuova inchiesta, che vede indagato l’ex premier è un colloquio carpito nell’aprile del 2016 dalle microspie che la Dia aveva piazzato nel carcere di Ascoli Piceno. E’ l’ora d’aria e a parlare, tra loro, anche di Berlusconi, sono il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano (l’uomo che azionò il telecomando dell’autobomba che in via D’Amelio uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta) e il camorrista Umberto Adinolfi: “Berlusca… mi ha chiesto questa cortesia… (…) lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa…”.

A metà degli anni Novanta, in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti, il leader di Forza Italia, insieme a Dell’Utri, era stato già indagato per le stesse bombe, ma alle indagini seguì una prima archiviazione. E ancora nel 2008, quando il sicario-pentito di Cosa Nostra, Gaspare Spatuzza, detto “u Tignusu”, riferì le confidenze ricevute proprio da Graviano e una sua frase, “ci siamo messi il Paese nelle mani”, con la quale il boss si vantava dell’accordo stretto con il Cavaliere e Dell’Utri. Ma anche questa seconda inchiesta finì archiviata.

L’OMBRA DELLA TRATTATIVA. A scoprire le carte della Procura fiorentina, che indaga dal 2017 sulle parole di Graviano, sono stati gli stessi legali dell’ex premier, Franco Coppi e Niccolò Ghedini, dopo aver ricevuto la citazione a deporre (il 3 ottobre a Palermo) dei difensori di Dell’Utri, imputato in Sicilia nel processo d’Appello sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Gli avvocati del Cav hanno chiesto alla Corte di definire in quale veste dovrà essere sentito Berlusconi annunciando, però, che per quella data ha impegni istituzionali e che, essendo ora indagato in un procedimento connesso, potrà scegliere di non rispondere. I due legali parlano di un fatto “ben noto”, di una “iscrizione dovuta” e sono convinti che “tale ipotesi non potrà che risolversi in un’archiviazione”. L’ennesima.

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