Cambiare modo di lavorare, il gol che manca alle imprese. L’Italia innova poco nei processi produttivi: ecco la scommessa della Roma Business School

dalla Redazione
Economia

Tra le maggiori critiche del mondo delle imprese al Governo c’è quella di destinare pochi fondi all’innovazione. Ma prima di pensare ai beni strumentali in Italia c’è bisogno di innovare nei processi produttivi, nella formazione e nella capacità di pensare su scala globale, cogliendo le opportunità della nostra creatività e della globalizzazione. A sostenerlo, offrendo una via di fuga dalla retorica delle imprese perennemente in attesa di sostegni dallo Stato, è Antonio Ragusa, fondatore della Roma Business School, un’istituzione di alta formazione post universitaria che ospita nella Capitale centinaia di studenti provenienti da ogni parte del mondo, e in particolar modo dall’Africa, America latina ed Est Europa. Per le élite di queste aree del pianeta la forza di attrazione del nostro continente è altissima, e a dispetto delle scelte di moda tra i giovani italiani, che in caso di studi all’estero si indirizzano prevalentemente su Londra e Parigi, le famiglie africane o Sud americane con più mezzi economici preferiscono mandare i figli a studiare in Italia e a Roma in particolare. Un bacino che le università pubbliche non sanno conquistare, e che invece Ragusa è riuscito a incanalare nel suo istituto di formazione manageriale, anche grazie a iniziative di forte impatto come il Rome Innovation Summit che si è tenuto lo scorso 17 aprile nella Capitale, con la partecipazione di ceo e manager di grandi gruppi internazionali, tra cui l’ex direttore delle risorse umane della Bbc, Lucy Adams.

Il rapporto strettissimo tra innovazione e crescita è dimostrato da tutti gli indici internazionali – spiega Ragusa – ma quando si parla di innovare in Italia si pensa poco alla formazione e all’impiego del personale. E dire che i megatrend nel mondo del lavoro indicano una strada precisa, con la fine di tante attività e professioni tradizionali per far posto a impieghi del tutto nuovi, e che può essere inquadrata nella Disruptive HR, cioè un’apertura totale al nuovo, con modelli qui del tutto sconosciuti, come lo Slack Time, cioè il tempo lasciato dalle imprese ai dipendenti affinchè lavorino in totale autonomia ai progetti che loro stessi possono creare. Fantascienza per un certo mondo ingessato del lavoro, ma colossi come Google consentono in questa modalità fino al 15% dell’orario d’ufficio, e così sono riusciti a sviluppare innovazioni fantastiche e preziose, continua Ragusa. Aprirsi al cambiamento però non è sempre facile, e se l’esperienza della Rome Business School dimostra che la domanda non manca, poi serve anche altro. I nuovi incentivi del Governo alle startup sono un buon segnale, dice Ragusa. La strada è indicata