Capitali esteri: un’idea per l’Europa. E per l’Italia. Incentivare gli investitori, la ricetta che manca nei programmi elettorali

di Paolo Di Mizio
Editoriale

Le chiacchiere, come al solito, stanno a zero. Non c’è un solo partito che in campagna elettorale non abbia detto: “Vogliamo cambiare l’Europa”. Ma come cambiarla, non l’ha detto nessuno. Nel frattempo l’Italia è strangolata da un laccio a doppio nodo scorsoio che ci sta ammazzando. Il primo nodo è formato dal gruppo di Paesi europei che praticano aliquote e agevolazioni fiscali non diverse dai vari paradisi fiscali situati negli angoli più esotici del mondo. Solo che questi Paesi sono qui, in Europa. Si tratta di Lussemburgo, Irlanda, Polonia, Romania, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia e Bulgaria (e probabilmente Malta, per la quale però, guarda caso, mancano dati ufficiali).

In questo gruppo di Paesi il prelievo fiscale arriva al massimo al 15%. In alcuni all’11%. In Lussemburgo addirittura è negativo: il fisco agisce da incentivo anziché da prelievo. E c’è di peggio: in alcuni Paesi, come Irlanda, Olanda e Lussemburgo, le multinazionali possono contrattare col governo aliquote fiscali ad hoc: io trasferisco nel tuo Paese il mio quartier generale europeo con tutti i vantaggi che tu ne puoi trarre (investimenti, occupazione, indotto, aumento del Pil), ma in cambio mi fai pagare una cifra irrisoria di tasse. Ok, l’affare è fatto. Parliamo di tassazioni spesso pari all’1-1,5% sugli utili. Fu Juncker l’ideatore della la tassa negoziabile. Chiaro che questi Paesi attirano capitali da ogni parte del mondo. Perfino dall’Italia: si veda la Fiat-Fca, che ha trasferito la sede legale da Torino ad Amsterdam.

L’effetto è che nessuno viene a investire in Italia, dove la tassazione è alta. Infatti siamo ultimi insieme alla Grecia nella classifica europea per investimenti stranieri. Oltre al dumping fiscale, c’è poi l’altro nodo scorsoio, quello del dumping salariale: stipendi bassissimi, da Terzo Mondo, talvolta perfino più bassi che in Indonesia o in Malaysia, ma con il vantaggio di produrre nel bel mezzo dell’Europa, in area Schengen, godendo della libera circolazione delle merci senza pagare dazi.  A questo gruppo appartengono tutti i Paesi est-europei, con un’aggravante: alcuni fanno anche parte del primo gruppo.

Per esempio la Bulgaria: la paga oraria dell’operaio non arriva a due euro, mentre la tassazione è basata su una flat tax così suddivisa: per i redditi da impresa, il 15 per cento degli utili; per i redditi individuali, il 10 per cento; per i redditi da pensione, lo zero per cento. La conseguenza è la delocalizzazione: le aziende manifatturiere a basso tasso tecnologico, dove il costo del lavora determina quasi interamente il costo del prodotto, hanno convenienza ad emigrare dai Paesi ad alto prezzo della manodopera, come Germania, Francia e Italia, verso i Paesi a basso prezzo.

SFAVORITI DA BRUXELLES. In sintesi, l’Europa è una giungla, priva di regole armonizzate: vige la legge del più forte o del più furbo. L’Italia fino a oggi non è stata né forte né furba. Questo ha permesso ad altri di conquistare investimenti e fette di mercato che erano nostre, dissanguandoci con il beneplacito dei nostri governi degli ultimi 20 anni. Il problema è noto da tempo e l’ultimo allarme è stato lanciato dal Censis nei giorni scorsi durante il focus Censis-Confcooperative.

Ora, se vogliamo evitare di morire per strangolamento, in teoria i casi sono due: o cambiamo l’Europa o cambiamo l’Italia. Ma cambiare l’Europa in materia di fisco e lavoro è impossibile: occorre il voto all’unanimità di 28 Paesi e nessuno acconsentirà a perdere i vantaggi conquistati. L’alternativa allora è solo una: che cambi l’Italia. Anziché essere vittima della giungla, approfitti della giungla, trasformando il nostro Paese in un paradiso fiscale, né più né meno di quanto hanno fatto altri, con la possibilità per il capitale internazionale di negoziare condizioni ad hoc: più ne arriva meno tasse paga. E magari anche con una semplificazione fiscale e burocratica. Mancano pochi giorni alle elezioni europee del 26 maggio. Se qualche partito vuole smetterla con la favola del “cambiamo l’Europa”, e vuole passare a un più realistico “cambiamo l’Italia”, batta un colpo. Ora o mai più.