Così WhatsApp uccide il dialogo. La messaggistica dilaga perché limita il confronto. E ci toglie una paura: essere messi in crisi dall’altro

di Antonio Leo Tarasco
Società

“Pronto, è casa Rossi? Potrei parlare con Laura… Scusi, ma chi è lei…? Sono…”. Una conversazione del genere sarà presto candidata ad essere iscritta, monumento ai posteri, nella lista Unesco del patrimonio immateriale dell’umanità. La causa: combinazione diabolica di smartphone più WhatsApp, l’App(licazione) creata nel 2009 da Jan Koum e da Brian Acton ed acquisita nel 2014 dalla Facebook Inc. di Mark Zuckerberg; ovvero l’applicazione che ha superato il miliardo di utenti, i 100 milioni di chiamate ogni giorno e, soprattutto, 30 miliardi di messaggi scambiati ogni giorno (a Capodanno 2018 i messaggi furono addirittura75 miliardi).

Prendendo per buoni questi dati (Wikipedia), ciò significa che sempre con WhatApp si scrive 300 volte di più di quanto non si parli al telefono. Ossia: una telefonata ogni 300 messaggi. Ecco, il problema sono proprio i messaggi perché stanno progressivamente sostituendo le conversazioni telefoniche. Si dirà: e dunque? Meglio, si penserebbe, si risparmia tempo e si dice l’essenziale. E invece no. Il cambiamento, oltre ad essere epocale, è antropologico e morale.

Scrivere e non parlare significa rifiutare di dialogare, chiudersi in se stessi, presumere di conoscere e, addirittura, tendere a diventare egoisti quando si utilizza il prossimo (l’interlocutore di smartphone e App) come latore di informazioni e notizie da rapinare, utilizzare e poi abbandonare. Presuntuoso, se si pensa bene, l’atteggiamento di sceglie di sostituire la tradizionale telefonata con la messaggistica istantanea: concentrare tutto quel che si vuole sapere o dire in 200 o più battute significa che non interessa nulla ciò che l’altro potrebbe dirmi e che potrebbe modificare proprio quel che io credo di voler sapere.

Non c’è messaggistica istantanea (se non la telepatia) che possa surrogare il dialogo fatto di proposte, richieste, contestazioni, dibattito, anche se su questioni apparentemente banali. Il problema si pone in misura ridotta quando si tratta di annunciare il proprio ritardo o la propria posizione GPS, ad esempio; ma presumere di avviare un discorso o anche formulare gli auguri scrivendo senza telefonare significa infischiarsene dell’altro. Confezionare un messaggio e poi rinchiudersi nel silenzio significa essere meno social di quanto non si possa pensare. Significa rifiutare l’altro, le sue idee, aver paura di essere messo in crisi dall’altro, disinteressarsi al prossimo perché lo tratta come un mezzo e non come un fine.

Un messaggio di poche battute (lo stesso vale ovviamente per Facebook o Twitter) non ha il potere di avviare un dialogo vero ma solo sputare un proiettile verso un punto predeterminato in solitudine da chi usa quell’App. Significa, forse, essere meno intelligenti e buoni di quel che si possa pensare. Un’altra faccia dell’egoismo contemporaneo.