Ecco le prove che inchiodano i genitori di Renzi. Il “sistematico utilizzo” delle fatture false per operazioni inesistenti

di Davide Manlio Ruffolo e Carmine Gazzanni
Cronaca

Novantasette pagine di ordinanza, firmate dal gip Angela Fantechi, che inchiodano gli indagati perché “non sussistono elementi a loro favorevoli e per i quali non emergono cause di giustificazione”. Secondo il magistrato: “il modus operandi adottato da Tiziano Renzi e Laura Bovoli affinché Eventi6 (ossia l’azienda di famiglia) potesse avere a disposizione manodopera senza essere gravata di oneri previdenziali ed erariali, è consistito nel costituire e nell’avvalersi delle cooperative Delivery Service, Europe Service e Marmodiv poi destinandole all’abbandono non appena raggiungevano uno stato di difficoltà economica”, che “era più che prevedibile in considerazione che sulle stesse gravava l’onere previdenziale, e con riferimento a Marmodiv anche l’onere fiscale derivante dall’emissione di fatture per operazioni inesistenti al fine di consentire evasione di imposta a Eventi6”.

Ma c’è di più perché proprio i due coniugi, agli arresti domiciliari dal tardo pomeriggio di lunedì, secondo il gip Fantechi, avrebbero “messo in evidenza condotte volontarie realizzate non per fronteggiare una contingente crisi di impresa, quanto piuttosto di condotte imprenditoriali finalizzate a massimizzare il proprio profitto personale con ricorso a strategie di impresa che non potevano non contemplare il fallimento delle cooperative”. E questo modo di agire sarebbe evidente in particolare con la Marmodiv, per la quale “risulta pendente la richiesta di fallimento avanzata dal Pm”, perché l’azienda risulta “attualmente in fase di abbandono” e sarebbe letteralmente spacciata se non si riuscisse ad intervenire “con l’adozione delle richieste di misure cautelari”.

Gli inquirenti non usano mezzi termini. Nell’ordinanza, non a caso, si parla di “sistematico utilizzo di fatture emesse per operazioni inesistenti”. L’elenco che emerge dalle carte non è affatto secondario e i casi evidenziati lasciano intravedere, a detta della Procura, concrete responsabilità. Si parla, ad esempio, della cooperativa Quick con sede a Carapelle (in provincia di Foggia). Questa società avrebbe emesso nel 2015 fatture per 42mila euro. Dalle indagini della Fiamme Gialle, però, sarebbe emerso che all’indirizzo dichiarato dalla Quick “non è stata individuata alcuna sede riconducibile alla società, bensì un mero recapito”. Non sarebbe un caso che, al termine dell’inchiesta, “le fatture appaiono relative ad operazioni inesistenti”. Ma non è l’unico caso.

Eloquente anche il caso della Bajwa Group, società la cui rappresentante sarebbe una ragazza pakistana in passato denunciata dai carabinieri di San Michele Mondovì (Cuneo): lo scorso marzo un furgone della società è stato fermato. E all’interno c’erano 6 pakistani irregolari. Anche in questo cas “vi sono elementi per ritenere che la operazione economica riportata in fattura sia inesistente”. Ancora più eloquente quanto dichiarato da Amir Isaijad che, interrogato per una fattura versata alla Marmodiv per 15mila euro ha dichiarato: “Disconosco tale documento […] Valuterò l’opportunità di denunciare chi ha in modo improprio utilizzato il mio nome e quella della mia impresa per attestare prestazioni che non ho mai effettuato”.

Ancora più dure le parole di Paolo Magherini, interrogato lo scorso 31 maggio: “La cooperativa era amministrata da dei prestanomi”. Tra questi ci sarebbe stato anche Andrea Conticini, cognato dello stesso Matteo Renzi. E da qui le conclusioni: “Le fatture che mi avete esibito, devo ammettere che sono false”.