Abracadabra soltanto sui soldi Pd

di Gaetano Pedullà

La Cassazione chiude i giochi sul tesoretto dei rimborsi elettorali fatti sparire dalla Lega. La vicenda risale all’epoca della segreteria di Umberto Bossi e per quella che è stata riconosciuta come una palese appropriazione illecita sono già arrivate diverse condanne, con in testa l’allora tesoriere del partito, Francesco Belsito. Parallelamente lo Stato ha cercato di riprendersi le somme erogate illecitamente, trovando però i conti correnti del Carroccio non capienti, perché nel frattempo chi era succeduto al senatur aveva spostato i fondi – questa volta quelli ottenuti lecitamente – dalla tesoreria della Lega nazionale alle sedi locali. Senza questi soldi un partito che è forza centrale di governo non potrebbe svolgere la sua attività politica, e pertanto il leader Matteo Salvini si batte da tempo per non far pagare a chi usa quel denaro correttamente gli errori fatti invece da altri, tutti allontanati ad eccezione del fondatore, lasciato in Parlamento con un gesto misurabile più sul piano umano che politico. Insomma, per prendere i soldi sperperati da chi non li restituirà mai più, si vanno a colpire i legittimi destinatari delle risorse che l’ordinamento assegna in modo proporzionale a tutti i più rilevanti soggetti politici. Naturale dunque che Salvini adesso parli di “processo politico”, anche se in linea strettamente di principio i giudici del Palazzaccio hanno solide e abbondanti motivazioni. La legge d’altra parte è legge, anche quando summum Ius diventa summa iniuria (cioè la piena giustizia si trasforma nella più grande delle ingiustizie). In questo caso però, affinché la giustizia sia effettivamente summa, i giudici dovrebbero applicare lo stesso rigore pure nei riguardi di chi si è inventato ben altre e indifendibili sottrazioni del denaro dei partiti rispetto ai naturali creditori, come ha fatto l’allora Pci/Pds/Ds riversando immobili e fondi per molti milioni di euro in Fondazioni fatte sorgere appositamente, lasciando il partito originario insolvente anche rispetto alle legittime pretese salariali dei dipendenti. Un giochetto sul quale la Giustizia non è stata affatto solerte come con la Lega.

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