Cinque stelle e Pd, un’operazione Frankenstein

di Gaetano Pedullà

È da anni sul podio dei giornalisti che stimo, ma sull’avvicinamento tra Cinque Stelle e Pd sono in totale disaccordo con Marco Travaglio. L’ultimo dei motivi è proprio quello che il direttore del Fatto porta come prova della sua “giusta” intuizione: la giravolta dei giornaloni dell’establishment, improvvisamente folgorati sull’utilità di un dialogo tra Di Maio e non si sa bene se Zingaretti o gli esperti strateghi di mille stagioni, come Franceschini o Zanda (sì, avete capito bene, quello che voleva reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti).

L’alleanza con Salvini – è l’altra ragione di questa richiesta di cambiare cavallo – sta costando cara al Movimento, e se va avanti così la Lega potrebbe imporre il voto e magari prendersi il Governo con il vecchio Centrodestra. Ho i miei dubbi che Salvini e i suoi elettori siano felici di dover dipendere a quel punto dalla Meloni e Berlusconi, che con il loro dieci per cento in due farebbero vedere i sorci verdi al leader del Carroccio, facendogli rimpiangere persino la Trenta e Toninelli.

Ma se tutto questo accadrà davvero saranno eventualmente gli italiani a deciderlo nelle urne. Cosa ben diversa è la scelta di una forza politica che ha scalato a mani nude le montagne per affermarsi e diventare il Movimento 5 Stelle, che adesso dovrebbe buttare tutto alle ortiche per governare domani con quello stesso partito che ha rappresentato e rappresenta l’esatto opposto dei valori e dei comportamenti per cui milioni di persone sono tornate a votare e a sperare.

Ha perfettamente ragione Roberto Giachetti (ieri sul Foglio) quando afferma che non ci sarebbe matrimonio più innaturale, e stupisce che i pochi fautori di questa operazione Frankenstein non dicano (o non vogliano dire) che se la Lega ha tolto ai 5S i voti, il Pd gli toglierebbe l’anima.

Invece di cercare scappatoie, il Movimento farebbe bene a continuare a fare quello che sa fare benissimo: lavorare e produrre buone leggi in Parlamento, rompere i coglioni agli Arata, ai Siri e agli altri amici del sistema che continuano a farsi gli affari loro, pompare nella politica il virus del servizio e dell’esempio che negli altri partiti si è quasi completamente perduto. Esattamente l’opposto dal costringere Beppe Grillo a prendere in prestito le parole di Julio Iglesias – “… Di andarmene a casa non ho proprio il coraggio…” per dire che il mandato zero dei consiglieri comunali è una schifezza.

Ora sia chiaro che la politica è pragmatismo e concretezza, ma prima ancora è un’ideale che deve esplodere dentro. La Lega è stata più brava in questo senso? Se il Movimento tornerà a fare il Movimento non sarà impossibile riprenderla e superarla, ma se per crescere si pensa di inseguire chi sta messo peggio, assecondare i Franceschini o addirittura pregare i renziani, allora sì che la sconfitta è assicurata.

 

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