Costretti a crescere in fretta

di Gaetano Pedullà

Ci sono fatti che scuotono così forte le nostre anime da trattenerci sopra quanto basta per non soffrirne. La morte di un bambino di otto anni, forse violentato da un orco che probabilmente conosceva, è l’ultima prova che questo non è un mondo per gli indifesi. E cosa c’è di più indifeso di un cucciolo venuto alla vita da così poco tempo per reagire a una violenza tanto bestiale? Dunque leggiamo la notizia, ci indigniamo e magari stramalediciamo il mostro di turno, prima di voltare pagina forse anche un po’ compiaciuti che a noi di queste tragedie non potranno capitare mai. Se ci fermassimo però appena un po’ a riflettere, vedremmo che l’assassino di ieri a Ragusa – con un altro volto ma con la stessa brutalità – invece può colpire ovunque domani perché ai nostri ragazzi spesso non mettiamo in mano lo scudo per difendersi da soli: ascoltarli. La nostra è una società che spinge i piccoli a sentirsi prima possibile grandi (e consumatori come i grandi). Per molti questo significa gravarsi di responsabilità e tacere il male. Per altri – come le baby squillo di Roma – emanciparsi vendendosi. Ascoltiamo i ragazzi. Oppure gli orchi continueranno a ringraziare.

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