Impariamo la lezione catalana

di Gaetano Pedullà

Hanno poco da festeggiare gli indipendentisti riusciti a conservare la maggioranza in Catalogna. Lo strappo con Madrid ha gettato le basi per un arretramento della regione, non solo sotto l’aspetto economico.

Se il tentativo di scissione finito con la fuga del leader Puigdemont ha fatto scappare anche molti investitori, banche e imprese, le elezioni di ieri rendono più difficile la governabilità e il confronto con le istituzioni centrali. I popolari del premier Rajoy escono sonoramente battuti, mentre gli unionisti diventano il primo partito, a dimostrazione del desiderio di una exit strategy da una disastrosa avventura separatista cavalcata parlando più alla pancia che alla testa delle persone. Una lezione che arriva poco ai tanti movimenti localistici sparsi per l’Europa, compresa l’Italia dove gli inutili referendum in Lombardia e Veneto non hanno fermato chi alimenta il proprio consenso con l’illusione di un taglio netto con Roma. Barcellona è perciò l’esempio più limpido, insieme alla Brexit, di come l’autonomia sia un’arma preziosa e pericolosa. Ben utilizzata può apportare larghi benefici così come tirando la corda porterà problemi e sventura.

Un rischio non sempre troppo chiaro a chi campa da decenni con facili slogan come Roma ladrona, o a chi ha convinto gli inglesi a tagliare tutti i ponti con l’Europa. Ponti che come in tutte le cose di valore sono faticosi da costruire e facili da abbattere. Ma senza i ponti non si varcano i fiumi, specie quando arriva la piena.

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