La politica come una Public company, stavolta Grillo è fuori strada

di Gaetano Pedullà

Nel Paese del capitalismo familiare le public company sono sempre state un’idea bizzarra. È capitato, per brevi periodi, che qualche grande azienda sia rimasta senza un padrone, ufficialmente controllata da migliaia di piccoli azionisti ma di fatto “occupata” dai manager. Un quadro che non può sfuggire a un attento osservatore dell’economia italiana, con le sue anomalie, come è Beppe Grillo. Eppure il fondatore dei Cinque Stelle, che ha il merito di aver sempre posto il tema del finanziamento della politica, ieri ha ripercorso la suggestione – o forse è meglio dire l’illusione – di una partecipazione diffusa ai costi della politica. Grillo non predica nel deserto, perché dopo il suo post in rete per chiedere un sostegno economico a una platea più larga possibile sono arrivati in poco tempo 105.556 euro da 2.744 persone (in media 38 euro a testa). Soldi utili ma insufficienti perché la politica costa. Pensiamo agli Stati Uniti dove a fine campagna elettorale Hillary Clinton si stima avrà raccolto un miliardo di dollari. Senza i fondi pubblici e il sogno dei cittadini che regalano soldi ai politici restano perciò le solite lobby. Il resto è utopia.

 

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Maggioranza senza quid in Parlamento

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La guerra è sempre una cosa schifosa e solo le anime belle possono sostenere che l’uso del gas è un’atrocità peggiore di tante altre. Nella Siria dilaniata da sei anni di conflitto civile si è visto quanto di più orribile sa fare l’uomo, in un mix di odio etnico tra sunniti e sciiti, terrorismo dell’Isis,…

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Le colpe gravi dei vertici Rai e Mediaset

C’è poco da fare: la rissa in tv paga in termini di ascolti e pubblicità. E se a menarsi sono personaggi un minimo noti per giorni la storia è un argomento fisso nelle chiacchiere da bar, sui social e sulla stampa. L’episodio di domenica scorsa nello studio di Barba D’Urso è solo l’ultimo di una…

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La finanza cade sempre in piedi

L’ipotesi del complotto per ora non regge. Il tribunale di Trani ha assolto le agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch dall’accusa di aver manipolato il mercato favorendo la grande speculazione che fece impennare lo spread sul nostro debito pubblico nel 2011. Un giochetto che gli italiani pagano ancora. Per effetto di quella crisi…

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Juncker, ma ci faccia il piacere

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