Marco Polo aveva già capito tutto. L’hanno chiamata la Via della Seta, ma in realtà è una strada per lo sviluppo

di Gaetano Pedullà

Se avesse atteso di fare l’accordo con l’Europa, poi il permesso della Nato, il benestare degli americani e la concessione di Parigi e Berlino, il nostro Marco Polo sarebbe ancora a Venezia in attesa di partire per l’Oriente. Il grande esploratore di un’epoca in cui l’Italia era divisa in tanti stati ma voleva tracciare il suo destino, si mise invece in viaggio e scoprì la Cina, facendo scattare evidentemente qualche complesso ancora non risolto in Paesi che con Pechino vogliono trattare senza più arrivare secondi. Di qui si spiega la cagnara che abbiamo visto per settimane, giustificata dal pericolo che aumentare gli scambi con i cinesi ci espone al rischio di essere comprati e controllati, come se americani, russi, israeliani e i cari amici europei non ingerissero per niente nelle faccende di casa nostra. Ovviamente impedirci dall’estero di fare i nostri interessi non era possibile, e allora ecco scatenarsi i soliti partiti scendiletto di Bruxelles, dei mercati e delle cancellerie, che hanno fatto di tutto per impedire gli accordi che oggi firmeranno il nostro premier Conte e il presidente Xi Jinping. L’hanno chiamata la via della seta, ma in realtà è una strada per lo sviluppo, che sfrutterà essenzialmente il raddoppio del Canale di Suez per far scaricare nei porti italiani milioni di container che diversamente continuerebbero a viaggiare verso il Nord Europa. Solo un Governo che non si piega al tornaconto di chi ci è competitor poteva raggiungere questo successo per l’Italia, malgrado i mal di pancia per una partita tutta sua della Lega. Ma è solo così che questo Paese si rialza.

 

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