Più del Pil cresce il rancore

di Gaetano Pedullà

La forbice che si allarga tra ricchi e poveri taglia ogni argomento di chi gioisce per la minuscola ripresa economica. Sarà pur vero che il prodotto interno è aumentato dell’uno e cocci per cento, ma come nella media di Trilussa sul pollo mangiato a testa da ciascuno, c’è chi ha fatto indigestione e chi non ha visto nemmeno le piume. Due Italie che vivendo sotto lo stesso cielo diventano inevitabilmente nemiche: chi ha poco vede crescere il rancore, mentre chi ha tanto si arrocca in difesa dei suoi privilegi. Un processo di disgregazione che l’ultimo Rapporto del Censis fotografa perfettamente, mettendo sul banco degli imputati le politiche economiche e sociali degli ultimi governi, nessuno escluso. Lo sviluppo per il quale sono stati imposti a tutti enormi sacrifici non sta ripagando in modo uguale. Il ceto medio e il Mezzogiorno vedono solo le briciole, così come i professionisti e le piccole imprese, mentre le rendite o il lavoro pubblico non solo hanno retto botta, ma grazie al calo dei prezzi hanno vissuto persino meglio. La crisi è stata globale e l’Italia non poteva sfuggirci, è l’alibi di chi ha governato. Ma la crisi italiana non è stata diversa da quella francese o spagnola, dove però la crescita adesso viaggia almeno al doppio che da noi. Il motivo è che eravamo rimasti indietro con le riforme, ma anche che le nuove leggi non sono state all’altezza. E ora che una parte del Paese vede gli investimenti schizzare più che in Germania, l’altra Italia sente di essere stata fregata. E alle elezioni non c’è dubbio che presenterà il conto.

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