Un progetto di cambiamento per il Paese. Contro gli slogan sovranisti occorre convincere gli elettori che nel Centrodestra quando non si litiga non c’è nient’altro

di Gaetano Pedullà

Quanto resiste il governo, che fine fanno i Cinque Stelle. Giro l’Italia e le domande che mi fanno sono sempre queste, nella maggior parte dei casi con un tono che tradisce l’attesa di veder cadere tutto nel più breve tempo possibile. È il prezzo che si paga per aver dovuto mischiare l’acqua e l’olio formando un Governo con due forze politiche agli antipodi, come sono i 5S e il Pd, senza aver avuto il tempo per spiegare e far digerire una tale decisione. Se a questo aggiungiamo una propaganda senza pudore sul fantomatico aumento delle tasse, rilanciata da giornali di destra e praticamente tutte le tv, il destino del Paese è segnato e il plebiscito per Matteo Salvini dietro l’angolo.

Il Governo e chi lo sostiene però hanno ancora qualche carta da giocare. Il primo dovrebbe smetterla di parlare con voci contrastanti, e il premier Giuseppe Conte dopo aver spiegato a tutti, e soprattutto a Matteo Renzi, che se vogliono suicidarsi lo facessero senza di lui, potrebbe riconoscere a reti unificate che la Manovra economica non è bellissima, ma era l’unica possibile in una situazione impossibile. Un provvedimento che serve a evitare nuovi aumenti di tasse (e non a metterne di nuove) e una volta riportato il Paese in una condizione di credibilità con l’Europa consenta una fase nuova – ed è qui la costruzione di un sogno alternativo a quello isolazionista dei sovranisti – concordando cento miliardi di flessibilità l’anno per fare tre grandi riforme (quella del Fisco, della giustizia, della burocrazia… di cose da fare ne abbiamo in quantità), e l’anno dopo tornare a Bruxelles per contrattare altri cento miliardi, e continuare a fare altre tre riforme, proseguendo nello stesso modo per almeno cinque anni, salvando così uno Stato che continuiamo a curare con le aspirine quando in realtà non reagisce più nemmeno agli antibiotici.

Per garantire un tale piano, e considerando che in Italia i Governi si cambiano come i calzini, M5S e Pd dovrebbero offrire un patto d’onore alla Lega e al Centrodestra, da firmare solennemente davanti agli italiani, dato che l’esperienza con i contratti abbiamo visto com’è finita. Un patto per continuare e non demolire a ogni giro di boa le riforme fatte e quelle da fare, per dare allo Stato una chance vera di potersi ammodernare. Una prospettiva forse unica, visti i tassi monetari mai così bassi nel mondo, la partenza della nuova Commissione Ue e la necessità dei nostri competitor europei di avere anche loro ampie deroghe rispetto alle vecchie politiche di rigore sui bilanci pubblici.

In questo quadro anche Salvini farebbe meno paura e semmai vincerà le elezioni, quando arriveranno, potrà provare a governare in modo meno divisivo e senza quel muro contro muro che dall’inizio della cosiddetta seconda Repubblica rende immobile il Paese. Quello di cui parliamo è un progetto impossibile? Può darsi, ma dopo aver visto un governo con dentro la Lega diventare un mese dopo un governo con dentro il Pd è certificato che nella politica italiana nulla è impossibile. C’è poi la seconda domanda, sul destino dei 5S (e la musica non cambia per il Pd). Da giorni sentiamo provocazioni (fino all’idea di sciogliere il Movimento) e vecchie ricette (nei dem c’è chi pensa a un congresso).

Il tafazzismo si sa che impera quando si prendono le batoste elettorali, ma invece di continuare a logorarsi entrambe queste sue forze potrebbero guardare avanti, proprio offrendo ai loro elettori l’obiettivo di un grande progetto di cambiamento, con traguardi e scadenze precise, da opporre alle fandonie di chi fa una facile opposizione promettendo di tutto ben sapendo che nella situazione data non si riuscirà a fare niente. Un progetto, o un sogno, se preferite, da sintetizzare in tre parole con la stessa efficacia delle “tasse, sbarchi e manette” che Salvini e Meloni ripetono come un mantra, convincendo tanti di qualcosa che non c’è solo perché dalla controparte politica quando non si litiga non c’è nient’altro.

 

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