Una lezione che tutti conoscono

di Gaetano Pedullà

Non diamo per scontate le condanne dei professori arrestati o indagati nell’ultimo grande scandalo sull’università italiana. Gli interessati si difenderanno nel processo e La Notizia a differenza di altri giornali di denuncia non deroga sul principio che si è tutti innocenti fino a una sentenza in cui si dica il contrario. Il coperchio che hanno sollevato i magistrati di Firenze con il supporto della Guardia di Finanza è però assolutamente credibile. E in un Paese dove le corruttele, i gruppi di pressione e il favore come regola, sono visibili ovunque, non ci si può stupire che non si salvino neppure gli atenei. Anzi, proprio qui, dove si coltiva la conoscenza, i meccanismi con cui il potere si alimenta sono persino più raffinati. Per quanto si conti nel settore, infatti, di sicuro non è facile determinare i vincitori di selezioni su scala nazionale. Per riuscirci serve una catena di relazioni larghissima, roba da grandi associazioni a delinquere. Non sarà facile per i magistrati dell’accusa provare che ci si trovi di fronte a una tale cricca, anche perché esigenza fondamentale di ogni scienza è far circolare le scoperte, affinché siano il più possibile condivise tra gli studiosi. Per questo nascono le grandi scuole, le organizzazioni di accademici e i congressi, dove in platea si parla da scienziati e nel retrobottega molto spesso si spartiscono le poltrone. Un andazzo che gli aspiranti docenti universitari apprendono ancor prima di prendersi la laurea. Così chi insegna matura un cinismo che si propaga nelle future classi dirigenti. La più brutta delle lezioni.

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