Fiat pensa di contare come prima: pressioni contro l’ecotassa. Il Gruppo minaccia di tagliare 5 miliardi di investimenti sull’Italia. Ma a Palazzo Chigi non c’è più né la Dc né l’amico Renzi

di Sergio Patti
Economia

Che l’idea dell’ecotassa sia una boiata pazzesca anche questo giornale l’ha detto dal primo istante in cui è saltata fuori attraverso un emendamento alla Manovra presentato dalla Lega. Il Governo se n’è reso subito conto e ha fatto retromarcia, anche se qualche lobbista innamorato dell’Enel continua a spingere, favorito da un manipolo di parlamentari con troppa visione del futuro e nessuna del presente. Fino a ieri però nessuno poteva immaginare che questo ipotetico provvedimento sarebbe stato utilizzato per condizionare niente di meno che Palazzo Chigi. Ai piani alti di quella che una volta si chiamava Fiat, e che adesso invece è la più internazionale Fca – Fiat Chrysler Automobilies, devono aver raccontato ai nuovi pezzi grossi come ha fatto questa industria a campare per oltre un secolo in Italia. “Quello che fa bene alla Fiat fa bene all’Italia” (e non viceversa) diceva l’avvocato Agnelli, e in questa frase raccontava meglio di mille parole come la politica di casa nostra sia stata sempre piegata agli interessi del Lingotto.

Ricevuta questa lezione, il top manager inglese Michael Manley (nella foto) ha lasciato campo libero al suo riporto per il mercato europeo, Pietro Gorlier, che ha annunciato il possibile stop al piano di investimenti da cinque miliardi appena presentato se il Governo andrà avanti con l’ecotassa. Una pressione non troppo diversa dalle mille altre fatte in decenni di “dialogo” tra la TFiat, la dépendance Confindustria e tutti i tipi di governi, ma che al contrario del passato stavolta è smaccata e segna platealmente la distanza tra un’impresa che ha incassato montagne di fondi pubblici e il nostro Paese, dal quale peraltro ha portato via sia la sede legale che quella fiscale e finanziaria. Una doccia gelata per i sindacati, che avevano festeggiato la promessa di tanti investimenti come l’inizio di una nuova stagione, visto che mentre si assicuravano queste risorse molti operai vedevano la cassa integrazione e restava incerto il destino di vari stabilimenti italiani.

Ora, al di là delle ragioni della Fiat, il metodo adottato per imporre le sue esigenze è di uno sgarbo istituzionale senza precedenti. Gorlier si è rifiutato infatti di presentarsi in Consiglio regionale del Piemonte, dove era stato chiesto ai vertici del gruppo di spiegare come sarebbero stati impiegati gli investimenti promessi al mercato. Investimenti che adesso non sono più così sicuri. Il motivo sta nel mancato bilanciamento tra gli incentivi per le poche auto elettriche che Fca andrà a produrre e il prelievo fiscale (si è parlato di tremila euro) che invece è stato proposto per le molte utilitarie che escono dalle fabbriche dell’industria controllata dalla famiglia Elkann.

“Troveremo una soluzione”, ha già detto il vicepremier e responsabile dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Ma di certe rassicurazioni alla Fiat non si fidano come invece avveniva quando al Governo c’era Renzi e al Lingotto Marchionne. Il rapporto tra i due fu infatti idilliaco, con il manager dal maglioncino blu pronto a decantare le virtù dell’allora premier e quest’ultimo girato dall’altra parte quando il gruppo automobilistico prendeve baracca e burattini per trasferirsi all’estero. Renzi anzi volò fino agli Stati Uniti per complimentarsi con l’azienda riuscita a togliere un problema alla Casa Bianca salvando la Chrysler, grazie alle rottamazioni e alle vagonate di ore di cassa integrazione concesse sempre generosamente dallo Stato italiano. “Il sistema di bonus-malus, qualora attuato secondo l’impianto approvato in prima lettura alla Camera, inciderà significativamente sulla dinamica del mercato, in una fase di transizione del settore, costruttori e filiera, estremamente delicata, modificando le assunzioni alla base del nostro piano industriale”, ha scritto Gorlier, giustificando così l’impossibilità da parte del Gruppo di confermare il piano industriale. Un piano industriale che prevede per l’Italia entro il 2019-2021 non solo i cinque miliardi di investimenti, ma anche il lancio di 13 nuovi modelli o restyling di modelli esistenti, anche con motorizzazioni elettriche e ibride, con cui salvaguardare i posti di lavoro ora non più tanto sicuri. di cose serie…”.

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