Fiducia in Parlamento. Per Conte solo 6 in 7 mesi. Gentiloni 20, Renzi 21. Oggi tutti contro il Governo gialloverde. Ma gli esecutivi Pd hanno fatto peggio

di Carmine Gazzanni
Politica

Una bufera sul Governo del cambiamento. Sei voti di fiducia in 7 mesi, da quando cioè si è insediato a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, sono troppi, sia per le opposizioni che in coro hanno parlato di clamoroso “abuso”, sia per i giornali mainstream che, all’unisono, hanno scritto e gridato allo scandalo. Ma come – si sono chiesti in tanti – coloro che dovevano ridare dignità al Parlamento, lo sviliscono con un ricorso così massiccio al voto di fiducia? Peccato però che nessuno degli osservatori e dei cronisti né tantomeno i rappresentanti delle opposizioni si siano mai chiesti se, in ugual periodo, i Governi precedenti abbiano fatto meglio o peggio.

Nessun confronto con i tempi andati: tutti, acriticamente, hanno parlato di indicibili “scorciatoie”, di democrazia svilita, di Parlamento ridotto al lumicino. Peccato, però, che conti alla mano l’esecutivo Conte è quello che meno degli altri sia ricorso alla questione di fiducia. Tanto Enrico Letta, quanto Matteo Renzi, quanto infine Paolo Gentiloni hanno registrato numeri clamorosamente più alti.

Sarebbe bastato consultare la banca dati delle Camere in riferimento alla XVII Legislatura per farsi un’idea più che chiara. Prendiamo Letta. Considerando che si è insediato il 28 aprile 2013, contando sette mesi da allora (e dunque fino a novembre dello stesso anno), le questioni di fiducia sono sette. Esattamente come accade oggi, anche in quel caso – per esempio – Letta decise di porre la questione di fiducia sulla Finanziaria del 2014 al Senato.

Senza dimenticare le due mozioni di sfiducia (entrambe bocciate): una contro Angelino Alfano per il caso Shalabayeva; una contro l’allora ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri per il caso Ligresti. Poco male: considerando che appare ormai inevitabile che il Governo gialloverde porrà la fiducia anche a Palazzo Madama sulla Manovra, dopo averla posta a Montecitorio, i conti tra l’attuale esecutivo è quello Letta sono di fatto in pareggio.

Cosa ben diversa per quanto riguarda Renzi e Gentiloni. Parliamo, dopotutto, di due record-men del voto di fiducia. L’attuale senatore dem ed ex segretario, per dire, ha fatto ricorso alla questione di fiducia lungo il suo Governo per ben 66 volte. E durante i primi 7 mesi? Considerando che parliamo di un periodo che va da dicembre 2013 a luglio 2014, arriviamo alla cifra monstre di 21 voti di fiducia. Ce n’è per tutti i gusti, ovviamente. Si va dalla Finanziaria 2014 alla Camera (concludendo il percorso cominciato da Letta dopo lo storico tweet #enricostaisereno) alla riforma Delrio fino al Jobs Act. Insomma parliamo proprio dei provvedimenti che, nel bene o nel male, hanno reso noto quell’esecutivo.

Ed è curioso che proprio su riforme che si pensava essere così importanti si sia posta la questione di fiducia, di fatto esautorando il ruolo parlamentare. Arriviamo, così, a Paolo Gentiloni che si colloca soltanto uno scalino sotto al suo predecessore: 20 questioni di fiducia. E anche in questo caso gli ambiti di intervento non sono secondari. Si va dalla legge riguardante “disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, fino alla legge “per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”, fortemente voluta dall’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti.

E, anche in questo caso, nei primi mesi sono fioccate mozioni di sfiducia. Come quella che ha toccato Luca Lotti, coinvolto nel caso Consip. Insomma, numeri decisamente più alti rispetto a quelli di Conte, che a breve – come detto – potrebbe arrivare a quota sette con la Manovra al Senato. Ma i numeri anche in quel caso rimarrebbero decisamente bassi: parliamo di una media di una fiducia al mese, contro una media (considerando tutto il mandato espletato) di 2 al mese per Renzi e addirittura 2,44 per Gentiloni.