Geni italiani, l’ultima passione di New York

di Argia Coppola
Cultura

di Argia Coppola

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga…”
K. Kavafis

Per molti artisti New York City è stata ed è ancora quello che Itaca fu per Ulisse, il ritorno a casa. Alla casa ideale. Una casa della mente. Una casa del cuore, diversa da quella delle radici. Il rifugio, la meta quando si va in cerca di fortuna, se la fortuna cerca di nascondersi. Quel luogo da cui guardare alla Bella Italia, con nostalgia ma anche con oggettivo distacco.
Sandro La Ferla, pittore e scenografo poliedrico vive e lavora qui dagli anni Settanta circa. Eppure… nel suo studio al n° 80 di Nassau Street all’incrocio con Fulton Street ap.4C, si scoprono con sorpresa grandi fondali dipinti in stile rinascimentale, paraventi floreali ad acquarello, colonnati neoclassici. Il tutto in perfetta sintonia con i grattacieli che svettano dietro un soffitto di skylights, lucernari… ma se dici skylights, pensi subito al cielo di Manhattan.
Quando cerca di spiegarmi la differenza tra un bozzetto, una pianta e una sezione, allora capisco realmente di cosa stiamo parlando.
Quanto c’entra l’arte con l’industria dello spettacolo?
Quanta pittura pura c’è nel fare scenografie? E l’approccio all’italiana all’interno della complessa macchina artistica americana, cosa significa?
“Sa, io non parto mai dai modelli” mi dice La Ferla “come usano fare gli scenografi americani e come nella Scuola d’Arte dell’Oklahoma suggerivano di fare”.
Intanto le sue mani si muovono sulla carta e i concetti che non riesce a esprimere con le parole me li disegna, con dei rapidi schizzi.
Le sue forme non sono mai complete, ma lasciano dei vuoti, tra i pieni del colore, dove chi guarda si può addentrare per cercare e capire.
“E da cosa parte, lei, per realizzare una scena?” dico io. “Da un bozzetto”. Risponde. “Come nel Rinascimento” penso. In un attimo me li vedo uscire da una corposa cartellina nera, i bozzetti. E allora lo scenografo confessa in silenzio di essere sì, un pittore. Questi dipinti raccontano il suo viaggio, che da Roma, Accademia di Belle Arti e Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico (come scenografo di Orazio Costa), lo hanno portato in America e a New York. Viaggio che forse alla fine lo riporterà a casa. Dove?
E allora abbiamo un pavimento di lamina e legno ondulato con scanalature per un Marat-Sade al Virginia Museum Theatre.
“Realizzai sette scenografie diverse per la stagione di sette mesi”.
Sorride. Impensabile per i nostri tempi produttivi. E poi un anfiteatro greco che diventa una nave per un play sulla vita di Lord Byron, un Canyon immaginario per The Grate Divide, dramma americano di William Vaughn Moody.
I bozzetti di interni (salotti alla Bernard Shaw o alla Goldoni) sono aerei, leggeri, con pannelli mobili che ricordano un po’ le scorrevoli strutture degli interni giapponesi.
“Tutti questi squilibri e vuoti non si potrebbero immaginare liberamente con un “plastico” pre-stabilito, dove le forme sono nette, definite, costrette dall’artista stesso”.
Un lampo nei suoi occhi mentre lo dice e ricorda che l’affermato scenografo americano Ming Cho Lee apprezzava, nei suoi bozzetti, l’artisticità unica perché libera della mano italiana.
“La pittura come incidente controllato”.
Dai bozzetti passiamo agli acquarelli dove il La Ferla pittore immagina da una parte, stazioni orbitali barocche con città del futuro abbozzate lontane o negli angoli della tela; dall’altra, esprime con sincero candore la sua nostalgia per l’Italia. Dal barocco torinese dello Juvarra ad angoli di chiese veneziane, al mare di Capri. E l’acquarello è una pittura che sfuma la forma come fosse un ricordo all’indietro. Il tempo di realizzazione è un tempo breve ma intenso.
In quell’angolo di New York, di Manhattan vorticosa, si apre d’un tratto una finestra sull’eternità di antichi paesaggi dimenticati.
Se per Ulisse Itaca era la patria dove ritornare perché perduta, per l’artista italiano New York è il ventre accogliente, dove pensare all’idea di un ritorno verso una casa che si sposta continuamente e che non è mai la stessa.