Giustizia due volte lumaca

di Fausto Tranquilli
Cronaca

di Fausto Tranquilli

Giustizia lumaca sempre e comunque. Di una lentezza esasperante anche dopo le condanne a risarcire i cittadini vittime di quei tempi biblici dei Tribunali. Incorreggibile al punto da trasformarsi spesso in ingiustizia. Troppo spesso. Al punto che la Corte Europea ha ora condannato l’Italia a risarcire quindici cittadini che hanno dovuto attendere a lungo anche per ottenere quei pochi spiccioli di risarcimento dopo processi durati anni.

Un’odissea
Quando si finisce dentro a un’aula di tribunale, sia da colpevoli che da innocenti, nel Belpaese il problema più grande diventa quando si riuscirà a uscirne più che come. Per le piccole e le grandi cose i tempi sono lunghissimi. “Ogni persona ha diritto che la sua causa sia esaminata entro un termine ragionevole da un tribunale, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulla controversia sui suoi diritti e doveri di carattere civile”. Lo specifica la Convenzione sui diritti dell’uomo. Belle parole. Tutti d’accordo. Ma in Italia è raro che trovino applicazione. E le scuse sono tante: dal numero insufficiente di magistrati e personale amministrativo alle carenze di mezzi e strutture degli uffici. Il sistema in realtà proprio non va. Non bastano più le pezze. Sarebbe da rifondare. Nei palazzacci della penisola intanto la gente soffre per far valere un proprio diritto e a godere sono solo i delinquenti che, grazie a tempi lenti, spesso riescono a farla franca. Del resto non è un caso che ogni anno il Ministero della giustizia, attualmente retto da Annamaria Cancellieri, sia costretto a svenarsi per risarcire quanti sono rimasti vittime delle lungaggini. C’è una legge ad hoc e chi ha dovuto penare per concludere un processo non ci rinuncia.

Tutto è difficile
Un dramma. Ne sanno qualcosa i quindici cittadini che si sono rivolti alla Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Sono tutti campani, che hanno atteso nei tribunali della loro regione anche diciotto anni per ottenere una sentenza. Tra loro c’era chi attendeva qualche spicciolo per problemi avuti sul lavoro, il trattamento di fine rapporto, un indennizzo per un incidente stradale, qualche affitto non incassato, un minimo di ristoro per un abuso subito nel campo dell’edilizia, per un intervento chirurgico andato male o per essersi visti inquinare il proprio terreno. Le sentenze, a volte solo di primo grado, sono arrivate dopo anni e anni. Le vittime hanno fatto ricorso in base alla legge Pinto, quella che per simili lungaggini prevede un indennizzo, e si sono viste riconoscere somme modeste. C’è chi ha ottenuto appena 750 euro per 12 anni di attese.

Bacchettate Ue
Oltre al danno la beffa. Il Ministero, condannato a pagare per aver impiegato un tempo assurdo nel concludere un processo, ha pensato anche di prendersela comoda nel mettere mano al portafogli. Gli indennizzi dovrebbero essere saldati in sei mesi. In via Arenula hanno fatto passare anche quasi tre anni. I quindici campani vittime del sistema hanno così chiesto alla Corte europea altri risarcimenti, per i ritardi delle sentenze e per quelli delle somme ottenute con la legge Pinto. E l’Italia ha incassato l’ennesima condanna. Ai 15 lo Stato dovrà pagare altri 72 mila euro.