Gli affari armati che uniscono mafie e Stato. Libro-inchiesta sul più grande business italiano. Da Rold in “Pecunia non olet” ricostruisce il caso Finmeccanica

di Carmine Gazzanni
Cultura

C’è una ragione che, prima ancora di cominciare a leggere il libro, è garanzia di affidabilità: il nome dell’autore. Chi segue il giornalismo d’inchiesta sa che Alessandro Da Rold rivela, scava, arriva in profondità, mostrando legami torbidi che arrivano fino in superficie, fino ai salotti buoni. Delle aziende pubbliche, della politica, delle istituzioni. Ma in Pecunia non olet (Chiarelettere, pagg. 226, 16 euro) c’è anche qualcosa di più. A leggere il sottotitolo si resta increduli: cosa c’entra il caso Finmeccanica con “la mafia nell’industria pubblica”?

Eppure tanto – potrebbe pensare qualcuno – si è detto e scritto sui guai delle gestioni Guargualini e Orsi in Finmeccanica. Ed è qui che subentra il lavoro del cronista d’inchiesta “alla Da Rold”: scavare ancora più in profondità, spingersi dove nessuno si è spinto, per mostrare quanto finora nessuno aveva mostrato. Legami che da Finmeccanica e dai salotti buoni della politica arrivano fino alla mafia, passando per i governi africani. Figura centrale è senz’altro quella di Vito Palazzolo, “uno dei soggetti più pericolosi della comunità criminale internazionale”, come ricorda l’autore, ricercato già da Giovanni Falcone e arrestato solo nel 2012.

Eppure, prima di allora, Palazzolo incontra manager, imprenditori, rappresentanti dello Stato. E fa affari. Con Finmeccanica, Agusta e i governi del continente nero. Il quadro che ne emerge è sconvolgente. Specie se si pensa che il business che lega questo mondo, solo apparentemente distante, è quello armato. Bombe, fregate, mitragliatrici, elicotteri. Tutto al centro di un commercio internazionale che per anni ha arricchito anche la criminalità organizzata. E a fare da sfondo quello che per i magistrati è stato il “sistema Finmeccanica”, svelato dal pregevole lavoro di alcuni pm, nel silenzio omertoso di parte delle istituzioni.

Ed è, forse, anche per questo che le cicatrici lasciate dalla quasi-distruzione di una delle più grandi aziende italiane restano tutte, con domande che ancora restano senza risposta. Quello che emerge è una spy-story che si lascia divorare perché la scrittura di Da Rold non è mai pesante. Si legge di false identità, di commesse armate multimilionarie, di progetti criminosi studiati e messi a punto all’interno di aziende pubbliche italiane, di un “presunto erede di indimostrata nobiltà zarista” (non vi sveliamo di chi si tratta per non rovinarvi la lettura).

La bravura di Da Rold, però, sta soprattutto nel fornire, da bravo cronista qual è, elementi, particolari sfuggiti ai più, collegamenti, senza mai pronunciarsi, lasciando da parte i giudizi e facendo parlare (in maniera più che eloquente) i fatti. Ma nel racconto-inchiesta emergono anche figure “positive” come Francescomaria Tuccillo, ex direttore di Finmeccanica per l’Africa subsahariana. Tuccillo ha parlato, ha denunciato. Pagando un prezzo alto in termini professionali e umani. Ma, come dice l’autore, “nonostante il vento spiri a favore di chi agisce nell’illecito, alla fine la verità vincerà”.