I 5 Stelle alla prova di maturità. C’è in gioco più del Governo. I gufi possono rassegnarsi: l’esecutivo Conte non cadrà

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Ieri, per il secondo giorno consecutivo, il Tesoro ha piazzato un mucchio di miliardi del nostro debito pubblico a un tasso più basso di dicembre. Ovviamente i giornali in servizio permanente effettivo contro il Governo gialloverde si sono guardati bene dallo spiegare che questo è il più importante segnale di fiducia sulla crescita del Paese dopo la prevista gelata del Pil (proprio ieri sostanzialmente anticipata anche dal premier Conte), a cui seguiranno nella seconda parte dell’anno i primi effetti delle nuove politiche economiche, con in testa il Reddito di cittadinanza e Quota cento.

Rimettere i conti in carreggiata non sarà comunque facile, e non solo perché tutto il contesto internazionale è in frenata. Bravi come siamo a fare gli interessi di tutti meno che i nostri, invece di sostenere almeno l’avvio di un percorso di crescita, vediamo affollarsi la prima vera danza macabra attorno al Governo, che inevitabilmente pagherà un prezzo per la richiesta della magistratura di giudicare un ministro su un suo atto politico.

Ad oggi non c’è un solo elemento per sostenere che una tale richiesta prescinda dal puro convincimento del tribunale dei ministri di Catania sulla sussistenza dei reati contestati al vicepremier, ma di certo non si può disconoscere che le accuse solo a Matteo Salvini appaiono strane, visto che le decisioni politiche sulla gestione della vicenda Diciotti furono prese pubblicamente con un concerto tra ministeri.

Perciò a finire sotto un eventuale processo dovrebbero essere chiamati anche altri componenti dell’Esecutivo, se non lo stesso premier e il Consiglio dei ministri nella sua collegialità. Fatto sta che l’iniziativa della magistratura fa esplodere una bomba sulla tenuta del contratto tra Cinque Stelle e Lega, in quanto la retromarcia di Salvini sulla prima decisione di farsi processare mette il Movimento di fronte a un bivio pericoloso: votando sì all’autorizzazione a procedere getterà le basi per una crisi con l’alleato leghista, mentre votando no smentirà una sua prerogativa storica, impedendo a un tribunale di giudicare un parlamentare indiziato di reato.

Ora è chiaro a tutti che una cosa è fornire lo scudo dell’immunità parlamentare a un politico accusato di corruzione e un’altra è difendere insieme a Salvini l’azione di tutto il Governo, ma spiegarlo alla base dura e pura dei Cinque Stelle non sarà facile, anche perché tra gli stessi deputati e senatori c’è chi ha già cominciato a fomentare la rete. L’obiettivo, probabilmente, è di riportare il Movimento all’opposizione, dove qualcuno si illude di recuperare consensi. Per Luigi Di Maio e i 5S questa è dunque la prova di maturità, nella quale prendersi un carico di responsabilità imprevisto, con il conseguente sacrificio di qualche eletto e di un po’ di elettori. C’è un prezzo da pagare, insomma, con una sola possibilità per ottenere uno sconto: decidere con chiarezza e soprattutto decidere subito.

I tempi della Giunta per le autorizzazioni e poi del successivo voto dell’Aula del Senato rischiano infatti di logorare un patto che finora ha retto egregiamente a colpi fortissimi, dagli inceneritori al Tap, dalla battaglia in Europa per portare a casa la Manovra fino all’accoglienza proprio degli immigrati soccorsi nel Mediterraneo. Trovare una strada non sarà facile per la natura, la passione e l’onestà che sta in cima ai principi del Movimento, ma qui accanto al calcolo politico e alla priorità da dare al disegno generale di cambiamento del Paese, bisognerà tenere in considerazione il precedente che il potere legislativo rischia di determinare rispetto a un altro potere dello Stato, quello giudiziario, permettendo a un tribunale di sindacare un provvedimento politico, peraltro specificato nel programma elettorale delle forze che sostengono il Governo.

Una questione che non è solo di principio, per quanto appare improbabile che scoppi nell’immediato una crisi nella maggioranza, e Conte sia costretto a dimettersi. Ma una volta arrivati alle elezioni europee anche questo mattone sottratto dal muro su cui poggia il contratto tra Di Maio e Salvini potrebbe essere quello fatale per far crollare tutto. Ciò che sperano in tanti, senza curarsi di un Paese che così avrebbe davanti solo un salto nel buio.