Il crimine è fuori controllo. Ma il caso Roma non esplode. Il pm Sabella: “La situazione è sottovalutata. Mentre lo Stato perde il controllo delle periferie”

di Davide Manlio Ruffolo
L'intervista Roma
ALFONSO SABELLA

“Da alcuni anni la situazione è fuori controllo e la Capitale vive un’emergenza sicurezza che è figlia del fatto che si sta investendo pochissimo nel decoro e nelle politiche sociali”. Il magistrato ed ex assessore capitolino alla Legalità al tempo della giunta Pd di Marino, Alfonso Sabella, non ha peli sulla lingua nel confermare l’impressione che la città sia in forte difficoltà, divorata da organizzazioni criminali.

Ha saputo del nuovo rogo alla libreria antifascista, la Pecora elettrica?
“La matrice antifascista è possibile ma non è scontata. In quella zona ci sono alcune attività commerciali che chiudono tardi e ciò fa pensare che ci sia chi non gradisce, dopo una certa ora, ci siano occhi indiscreti. Il dubbio è che qui ci sia un discorso di controllo del territorio. E mi faccia essere impopolare ma continuare ad insistere sull’antifascismo potrebbe essere un tentativo di depistaggio. Non sarebbe nemmeno strano perché è una strategia che le organizzazioni criminali hanno usato più volte in passato”.

Cassonetti bruciati, autisti dei bus malmenati, litorale ostaggio del crimine e gravi fatti di cronaca nera. Roma è sotto assedio o è fisiologico per una grande metropoli?
“Parliamo di una grande metropoli dove si produce Pil e che quindi fa gola alla criminalità. Non si può pensare che ne resti immune. Ma qui da alcuni anni la situazione è fuori controllo e ripeto, sì siamo in emergenza. In più abbiamo un fenomeno che è stato del tutto ignorato ed è quello delle piazze di spaccio, sul modello di Scampia, che non sono solo un luogo di vendita degli stupefacenti, come qualcuno pensa, ma territori sottratti allo Stato. Luoghi in cui le organizzazioni pagano settimanalmente pusher, vedette e famiglie, dando vita ad un welfare criminale. Peccato che della loro esistenza ce ne ricordiamo solo dopo una tragedia come quella di Luca Sacchi”.

Dopo ogni episodio violento, la politica non fa altro che lamentare la carenza di agenti sul territorio. È davvero così?
“Non ci giriamo intorno, è un alibi. La realtà è che gli agenti ci sono ma manca un coordinamento tra tutte le forze dell’ordine che possiamo impiegare sul territorio. Perché se passo al Pantheon trovo una macchina della polizia e una dei vigili insieme? Non ne basterebbe una sola? Oppure perché non si concordano le ferie così da non avere emorragie di personale in precisi periodi dell’anno? Questo è un problema che va risolto”.

Come si spiega che media e politica sottovalutano l’emergenza sicurezza romana?
“Perché è comodo sottovalutare il problema. Ma voglio fare una premessa, più che i giornalisti sono i politici ad ignorare il problema. Invece ne dovrebbero prendere atto agendo con fermezza, anche a costo di subire una perdita di voti, inasprendo le pene per lo spaccio di stupefacenti come anche per il possesso illegale di armi. Poi bisogna dire anche che c’è una ragione psicologica che porta a sottovalutare il fenomeno, apparsa evidente dopo la sentenza sul Mondo di mezzo, ed è il fatto che nessuno vuole vedere che la propria città venga etichettata come mafiosa. Infatti dopo la pronuncia della Cassazione tutti sono corsi a dire che a Roma non c’è la mafia. Ma questa è una solenne fesseria, esiste e ne abbiamo dimostrazioni quotidiane”.

Rispetto agli anni in cui lavorava a Roma la città è cambiata?
“All’epoca mi sono battuto come un leone per evitare lo scioglimento per mafia del comune di Roma. Ma da qualche anno, purtroppo, la situazione si è aggravata e non si può ignorare che esiste un’emergenza sicurezza. L’amarezza è che tutto ciò è successo con la riduzione dei servizi e del decoro urbano che genera l’humus su cui prolifera il crimine secondo il modello di: meno Stato, più Mafia”.

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