Il Def non disinnesca l’aumento Iva. Così Gentiloni se ne lava le mani. Palazzo Chigi vara il Documento di economia e finanza e lascia irrisolta la grana delle clausole di salvaguardia

di Alessandro Righi
Economia

Alla fine il Governo uscente se n’è lavato le mani. La bomba ad orologeria delle clausole di salvaguardia resta innescata. E se non interverrà il prossimo Esecutivo – ammesso che se ne riesca a far partire uno – a partire dal 2019 l’aumento dell’Iva si abbatterà come una clava sulle tasche degli italiani. “Il quadro economico-finanziario prospettato nel Def (il Documento di economia e finanza, ndr), non avendo come già evidenziato natura programmatica, contempla l’aumento delle imposte indirette nel 2019 e, in minor misura, nel 2020, previsto dalle clausole di salvaguardia in vigore – hanno avvertito con una nota da Palazzo Chigi -. Come già avvenuto negli anni scorsi, tale aumento potrà essere sostituito da misure alternative con futuri interventi legislativi che potranno essere valutati dal prossimo Governo”. In altre parole, il messaggio è chiaro: se la veda chi verrà dopo di noi.

Se la vedano gli altri – L’Esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, insomma, decide di non decidere. E il Def approvato oggi dal Consiglio dei ministri “non contempla alcun impegno per il futuro”. Non solo: “Si limita alla descrizione dell’evoluzione economico-finanziaria internazionale, all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l’Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue”. Passando la patata bollente al prossimo Governo. Ma se da un lato il premier uscente ha preferito rinviare a chi verrà dopo di lui la grana delle clausole di salvaguardia, dall’altro non si è fatto certo pregare nel rivendicare i successi del suo Esecutivo. Il Def, si legge infatti nella nota, “consente comunque di apprezzare il percorso di risanamento delle finanze pubbliche operato nel corso della passata legislatura: il debito pubblico in rapporto al Pil è stato stabilizzato a partire dal 2015 dopo sette anni di incrementi consecutivi (dal 99,8% del 2007 al 131,8% del 2014), mentre il deficit è sceso costantemente dal 3,0% del Pil al 2,3% del 2017 (1,9% al netto degli interventi straordinari a tutela del risparmio e del credito)”.

Le reazioni – Una decisione, quella di lasciare intatte le clausole di salvaguardia nel Def, con inevitabili conseguenze politiche. Dal momento che, a questo punto, solo un Governo nella pienezza dei suoi poteri, potrà intervenire per varare misure alternative tali da scongiurare l’aumento dell’Iva. Insomma, un’ulteriore elemento di pressione sul presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alle prese con il complicato rebus della crisi, che da ieri ha un motivo in più per accelerare la ricerca di una soluzione. “L’approvazione del Def da parte del governo Gentiloni prova ancora una volta che lo stallo politico non può protrarsi oltre – sottolinea del resto la capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini – . Con i nostri fondamentali economici deboli, è davvero impensabile immaginare che un documento economico piatto, irrilevante e senza prospettiva come quello approvato oggi (ieri, ndr) dal Consiglio dei ministri possa affrontare i veri problemi che affliggono il Paese”. E quel Governo, secondo la presidente dei senatori azzurri, non può che essere un Governo di Centrodestra, “arrivato primo al voto del 4 marzo”. Opposta la ricetta invocata, invece da Liberi e Uguali.  “La ripresa italiana è stata alimentata dalla Bce e rimane a metà della media dell’eurozona – sottolinea Stefano Fassina -. L’agenda liberista va sostituita da un programma pluriennale keynesiano che faccia ripartire

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