Il valore dell’oro è in caduta libera. Così Visco ha già bruciato 34 miliardi

di Stefano Sansonetti
Economia

di Stefano Sansonetti

Un tonfo incredibile, anche se “virtuale”. Negli ultimi nove mesi nel patrimonio della Banca d’Italia, guidata da Ignazio Visco, si è creato un buco di 34 miliardi di euro. Più o meno il valore di una legge finanziaria “lacrime e sangue”. Dietro a questa voragine c’è il crollo subìto dalle quotazioni dell’oro, una discesa senza fine che ha letteralmente abbattuto il valore delle riserve auree che la banca centrale custodisce nei suoi forzieri. Il trend, in effetti, è impressionante. Solo a fine settembre del 2012 le 2.452 tonnellate di lingotti di palazzo Koch valevano 108,2 miliardi di euro. Adesso, invece, ci si attesta sui 73,5 miliardi. Una diminuzione del 32%. La cifra, dopo qualche calcolo e conversione, si ricava partendo dai 1.200 dollari l’oncia che rappresentano la quotazione del metallo giallo in questi giorni. Si tratta di uno dei valori più bassi raggiunti negli ultimi tempi. Cifra tanto più impressionante se si considera che non più di quattro o cinque mesi fa molti analisti e banche d’affari proiettavano l’oro oltre i 2 mila dollari l’oncia. Insomma, in appena nove mesi Bankitalia ha messo a segno un minusvalenza “potenziale” di 34,7 miliardi. Una perdita di valore, per “l’oro della patria”, che fa venire in mente le numerose proposte accumulatesi anche in tempi recenti per mettere a frutto le riserve auree di via Nazionale. Anche perché all’inizio della crisi, a fine 2007, il valore dei lingotti della banca era di “soli” 44,7 miliardi. Ma il punto è che si stanno dilapidando tutti gli incrementi di questi anni.

La proposta Consob
Meno di un anno fa, tanto per fare un esempio, la Consob se ne uscì con una proposta piuttosto “rumorosa”. La Commissione che vigila sulle società quotate in borsa, presieduta da Giuseppe Vegas, ha messo a punto un documento corposo, curato da Giovanni Siciliano, capo della divisione studi. Il messaggio principale è che l’oro di palazzo Koch potrebbe tranquillamente essere venduto allo scopo di abbattere il debito pubblico. Il presupposto è che la banca centrale “può liberamente disporre di tutti i propri beni mobili e immobili, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di trasferire alla Bce le attività di riserva eventualmente richieste”. La Consob riconosce che ci sono dei limiti quantitativi alla cessione di oro fissati dal Central Bank Gold Agreement (sottoscritto dalle banche centrali europee). Ma nel rispetto degli accordi la vendita dei lingotti della patria è ammessa. In concomitanza con l’uscita del documento, lo stesso Vegas aveva proposto la costituzione di un superfondo a cui trasmettere anche le riserve auree per aggredire un debito pubblico monstre di oltre 2 mila miliardi di euro. L’idea è che con la potenza di fuoco del fondo, nel quale dovrebbero confluire anche immobili e partecipazioni varie, si potrebbero garantire emissioni obbligazionarie da tripla A per reperire risorse necessarie all’abbattimento dello stesso debito pubblico. Ma in quel momento i lingotti di via Nazionale valevano circa 110 miliardi. Ora che ne valgono 73, le medesime considerazioni sarebbero in grado di reggere? Chissà, di certo qualcuno ancora oggi pensa che nel momento di massima quotazione del metallo giallo si sarebbe potuto cercare di mettere a frutto l’enorme “tesoro” che si andava accumulando negli “scrigni” della Banca d’Italia. Dall’altra parte ci sono i fieri oppositori di operazioni del genere, secondo i quali una cessione anche parziale delle riserve sarebbe un pessimo segnale dato dall’Italia ai mercati. Chissà che la verità non stia nel mezzo.

Il tentativo di Mediobanca
Il fascino delle riserve auree è arrivato qualche mese fa anche dalle parti di piazzetta Cuccia. In questo caso proposte e considerazioni sono state condensate all’interno di un documento di Mediobanca Securities, in pratica l’equipe di analisti finanziari della banca italiana. Il contesto di riferimento è quello degli eurobond, ormai quasi una chimera nel dibattito economico europeo. Ebbene, nel documento Mediobanca sostiene che prima o poi alla fatidica emissione di titoli pubblici europei si arriverà. Semmai, sostiene la banca, la questione sta nel corredo di strumenti che dovranno sostenere il debutto, quando arriverà. A tal fine ogni stato dovrà mettere a disposizione i suoi gioielli. In pratica l’emissione degli eurobond dovrà essere garantita dai vari asset statali, tra cui sono citate proprio le riserve auree della Banca d’Italia. All’epoca, con le quotazioni dell’oro alle stelle, Mediobanca aveva addirittura stimato il loro valore potenziale in 130 miliardi di euro. Rispetto a questa stima le attuali quotazioni restituiscono un valore quasi dimezzato.

Il parlamento
Citare in modo esaustivo tutti i tentativi fatti dal parlamento di utilizzare l’oro di palazzo Koch sarebbe impossibile. Di sicuro, però, un momento in cui sul tema le forze politiche sono sembrate parecchio d’accordo si è avuto nel 2009. Era il periodo in cui l’allora ministro dell’economia, Giulio Tremonti, inserì in uno dei tanti decreti anticrisi la “golden tax”, ovvero un prelievo del 6% sulle plusvalenze potenziali prodotte dall’aumento delle quotazioni dell’oro di Bankitalia. L’operazione sollevò un vespaio e venne definitivamente archiviata dopo l’opposizione della Banca centrale europea, in quel momento guidata da Jean-Claude Trichet. Con il senno di poi, però, si può dire che Tremonti ci aveva visto giusto, almeno per quello che sarebbe stato l’incremento delle quotazioni. L’opposizione, naturalmente, osteggiò con forza la “golden tax”, ma nel corso della discussione parlamentare l’allora responsabile economio del Pd, Enrico Morando, si trovò perfettamente d’accordo con Tremonti sull’opportunità di utilizzare le riserve auree per interventi a beneficio del paese. In quella sede la proposta di Morando, condivisa da Tremonti, aveva come obiettivo quello di convincere Bankitalia a mettere a disposizione parte delle riserve per investimenti infrastrutturali soprattutto nel Sud Italia, con ritorno economico in 20 o 30 anni. Ma proposte del genere riempiono da anni i cassetti del parlamento, per poi venire abbandonate. Nel frattempo i valore dell’oro è precipitato.

@SSansonetti

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