In Libia un Governo fantasma. Aiutarlo è sempre più caro. Quattro le nostre missioni internazionali. Impegnati 426 soldati. Il costo è di 56 milioni

di Clemente Pistilli
Mondo

La Libia brucia nell’ennesima guerra civile, esplosa dopo la caduta otto anni fa di Mu’ammar Gheddafi, il Mediterraneo è un cimitero di migranti, che si affidano agli scafisti nel tentativo di raggiungere le coste europee, e l’Italia quest’anno spenderà oltre 56 milioni di euro nella ex colonia. Una missione costosa per svolgere nella attività di sostegno a un governo che fa sempre più difficoltà ad essere un interlocutore valido e per sostenere la locale marina militare nei pattugliamenti, quelli che o non riescono a intercettare i barconi della disperazione o finiscono per riportare i fuggitivi a Tripoli, dove vengono rinchiusi in campi dove è ormai chiaro non vengono rispettati neppure i più elementari diritti umani. Vicina per storia, interessi economici e posizione geografica a quello che veniva un tempo definito “scatolone di sabbia”, Roma non riesce a trovare soluzioni valide per il paese africano.

L’IMPEGNO. Attualmente l’Italia sta svolgendo quattro missioni internazionali in Libia, per cui il Governo Conte ha programmato nel 2019 di impiegare 426 militari e di investire 56,3 milioni di euro, oltre a 136 mezzi terrestri e due mezzi navali. La missione più impegnativa è quella di assistenza e supporto a Tripoli, che da sola costa oltre 49 milioni di euro, appena 40.500 euro scarsi in meno rispetto al 2018. Un intervento volto a dare assistenza al Governo libico sul fronte sanitario, umanitario, formativo per le forze di sicurezza e delle istituzioni, di ripristino delle infrastrutture. Ma dal 4 aprile scorso ad oggi è tutto più difficile e il rischio che tutto sia inutile è notevole, considerando che il Governo di Fayez al Sarraj è in bilico e le truppe di Khalifa Haftar non accennano minimamente a deporre le armi, mentre nei confini meridionali del paese spingono i terroristi dell’Isis. Un conflitto che, in base agli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, in soli due mesi è costato 607 morti e 3.261 feriti.

IL NODO. Pesantissima poi la situazione per quanto riguarda i controlli in mare. La Marina libica, come è evidente alla luce delle feroci polemiche sulle attività di salvataggio svolte dalle Ong, non riesce a bloccare larga parte dei barconi che partono alla volta soprattutto dell’Italia carichi di migranti in fuga. E quando intercetta gli scafisti finisce soltanto col riportare a Tripoli i fuggitivi, che finiscono in campi dove torture e stupri sono all’ordine del giorno. Tanto che l’Ue è stata ora denunciata anche alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, evidenziando che dal 2014, quando è iniziata tale politica di contenimento, le vittime sarebbero state oltre 12mila. L’Italia però, per dare assistenza alla Marina libica, quest’anno spenderà 6,9 milioni di euro, 5,3 milioni in più dell’anno precedente. Tutto dopo aver ceduto gratuitamente unità navali ai libici, su cui Roma continua a fare la manutenzione.

IN PASSATO. A partire dal 2011 l’Italia ha partecipato a sei missioni militari e civili in Libia, inizialmente schierando appena dieci uomini, diventati 96 nell’arco di dodici mesi, 356 nel 2017, 441 lo scorso anno e 429 nel 2019. Uno sforzo notevolissimo. A differenza di quanto accaduto in altri Paesi dopo le primavere arabe, a Tripoli la stabilizzazione è però ancora fuori dai radar e il peso di Roma nel corso soprattutto degli ultimi mesi è andato via via diminuendo e la strategia dell’Unione europea non sortisce risultati migliori. La stessa missione Eubam, prorogata fino al 30 giugno 2020 dal Consiglio dell’Ue, per fornire assistenza alla gestione integrata delle frontiere, visto quanto proprio quelle frontiere siano un colabrodo rappresenta l’ennesimo flop. Tutti interventi volti a sostenere la locale polizia e a favorire la riforma istituzionale del Ministero della giustizia libico. Operazioni pressoché impossibili nel momento in cui manca una vera autorità con cui confrontarsi e i clan che Gheddafi a lungo ha tenuto sotto controllo vanno ormai avanti l’uno contro l’altro in uno stato di perenne guerra civile.