L’inferno che abita dentro di noi. Una galleria dei più feroci assassini italiani. Il vero male raccontato in un libro da Orlando e Cavallaro

di Carmine Castoro
Cultura

Che una narrativa del dolore sia possibile – secca, elegante, ficcante, senza fronzoli pornografici alla Barbara D’Urso per intenderci, e con spaccati psicosociali adeguatamente delineati – ce lo conferma questo interessante 22 gradini per l’inferno (Male Edizioni, pagg. 179, euro 15). Emilio Orlando, giornalista investigativo di razza, autentica memoria storica della malavita organizzata capitolina e non solo, e Rita Cavallaro, collaboratrice del settimanale Giallo, firmano un lavoro a quattro mani che ha il privilegio della chiarezza espositiva, della ricostruzione storiografica meticolosa e di un giusto equilibrio fra dettagli fiammeggianti presi dall’inferno esistenziale di alcuni dei più atroci serial-killer nostrani e le coordinate razionali di tipo introspettivo e giudiziario, paradiso di una giustizia che avvertiamo sempre ricomponibile, riscattabile, mai sommersa del tutto.

Gli autori ci propongono una ritrattistica di assassini italiani che hanno negli anni turbato l’opinione pubblica, soprattutto fra gli Ottanta e i primi del Duemila, gareggiando quasi a distanza fra loro in perversione di atti omicidiari all’interno dei quali le vittime sono state cercate e braccate con precisi intenti distruttivi, ovviamente incomunicabili e non prevedibili, per essere finite orrendamente e rese oggetto di cerimoniali feticistici e di appagamento maniacale. Sfilano così i mostri di Firenze (Pietro Pacciani, nella foto), della Valpocevera, di Bolzano, Donato Bilancia, il giardino degli orrori di Stevanin, le Bestie di Satana, le mattanze neonaziste dei Ludwig, la pedofilia di Luigi Chiatti a Foligno, fino alle radici di scenari esoterici e di grande povertà economica in epoca fascista che partorirono le micidiali esecuzioni ed “ebollizioni” della Saponificatrice di Correggio nei lontani anni ’40.

Colpisce positivamente nel corso della trattazione che questi devianti senza appello non vengano additati semplicisticamente come infami e scarti dell’umanità ma come esseri che grondano un sangue simbolico fatto di abbandoni infantili, pubbliche offese, rapporti nocivi con genitori e familiari, malattie invalidanti, incapacità con l’altro sesso, timidezze malcelate, violenze sottili in una delicata fase di crescita in cui si strutturano personalità e difese, senso della vita e rispetto e scoperta dell’altro da sé. Interessante anche l’esperimento di paragonarli a famigerati murderer statunitensi secondo la Scala di malvagità di Stone: cambiano geografia e anagrafe ma le disfatte di una società intrinsecamente patologica non possono che generare a tutte le latitudini anime slabbrate avide di morte.

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