Un bavaglio sull’isteria dei manettari. Il Governo prova a regolare la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Cinque Stelle, toghe e stampa di complemento insorgono, ma il Far West giova a chi protesta, non al Paese

di Gaetano Pedullà
Politica

Cinque Stelle e stampa giustizialista sono serviti. Il Governo si ricorda che ogni tanto deve far qualcosa oltre che tirare a campare e il ministro della Giustizia Orlando sforna la bozza di un decreto legislativo per regolare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Fine dello sputtanamento, insomma, in quei casi giudiziari in cui commenti personali ed elementi di reato si fondono travolgendo il sacrosanto diritto di chiunque alla riservatezza nelle questioni private. Vietate le trascrizioni integrali, si potrà pubblicare un riassunto delle conversazioni. Si fosse autorizzato a pubblicare tutto ad eccezione di una virgola, i Travaglio di turno sarebbero insorti comunque. Ma visto che qui di limitazioni ce ne sono sul serio, il fuoco di sbarramento è partito subito fortissimo contro quello che è definito un bavaglio. Nello schema d’altronde ci sono altri paletti, a partire da una stretta sull’utilizzo dei sistemi Troian, occhi e orecchie capaci di intrufolarsi nei nostri telefonini o nella posta elettronica, svelando all’autorità giudiziaria che ascolta tutto quello che diciamo o scriviamo. Ma non facciamoci turbare dagli isterismi dei manettari di professione. 

Isterismi a parte, la norma infatti porta con se più vantaggi che svantaggi, venendo compensata da un’ampia autonomia del pubblici ministeri nello svolgere le inchieste, anche attraverso l’accesso a un archivio a loro riservato. Dovrebbero così finire anche le continue fughe di notizie sui soggetti indagati, con la conseguente macchia spesso indissolubilmente sulla loro reputazione. Certo, ci perderemo uno degli sport preferiti di questo Paese: guardare i potenti dal buco della serratura. Applicando l’ipotesi di legge così com’è non leggeremo più le esilaranti battute di Ricucci che battezza i “furbetti del quartierino” o lo sfogo dell’ex ministro Guidi con il fidanzato che la trattava da “sguattera del Guetamala”, per non parlare di Berlusconi e il suo chiodo fisso di “far girare la patonza”. Una censura più insopportabile ai nostri pruriti nel vedere da vicino l’arroganza e le debolezze dei potenti, che alla libertà di stampa. I procedimenti giudiziari che hanno avuto una forte esposizione mediatica per l’importanza dei personaggi coinvolti o per la crudezza di quanto captato dalle intercettazioni, si sono conclusi infatti con le giuste condanne – o in qualche caso con archiviazioni e assoluzioni – indipendentemente dall’esito del processo celebrato sui giornali, anomale aule di giustizia, dove il diritto alla difesa è inesistente se non dopo cause e tempi lunghissimi.

Un sistema che sbilancia in modo insopportabile il potere dei magistrati, il cui semplice avviso di garanzia diventa più di una condanna definitiva e a vita se accompagnato da frasi che lasciano il segno nella memoria collettiva, anche se non espressamente indicatrici di un reato. Per questo da molti anni il Parlamento è chiamato a mettere fine a un Far West, senza che però si sia arrivati a niente di concreto se non a una delega al Governo che ormai a fine legislatura è quasi impossibile che produca nulla.

Un finale che a scanso di equivoci lo stesso ministero di via Arenula ha anticipato, precisando ieri che non c’è ancora un testo definitivo. Il problema però c’è tutto e l’arrendevolezza della politica sulla materia è disarmante e fotografa lo scarso peso che il Parlamento ha nel risolvere i problemi del Paese, compresi quelli che lo riguardano direttamente. Un’arrendevolezza che dai tempi dell’inchiesta Mani pulite mostra una sudditanza del potere legislativo rispetto a quello giudiziario, a parole sempre disponibile a regolare la faccenda delle intercettazioni ma poi altrettanto sempre pronto ad alzare le barricate (insieme ai suoi giornali di complemento) se si affronta la materia.

E dire che il “pentimento” arrivato proprio nelle scorse ore da Antonio Di Pietro, il pm simbolo del reticolo di inchieste su Tangentopoli che affondarono la Prima Repubblica, non ha acceso una lampadina neppure in quella parte – ampia – della magistratura a cui non sta bene un Paese perennemente nel pantano. Magistrati seri che restano sgomenti nel vedere le carte di certi colleghi diventati star pubblicate regolarmente sui quotidiani. Toghe e giornali interessati ai propri destini più che a quelli del lettore.

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