La lobby filoamericana dell’Aspen dietro Trevi, la società italiana che ha vinto il maxiappalto iracheno per la diga di Mosul. E che il Governo vuole proteggere con 450 soldati

di Stefano Sansonetti
Economia

di Stefano Sansonetti

Un affare dietro il quale si “indovina” un bel via libera americano, magari fluidificato dalla lobby dell’Aspen. Ma allo stesso tempo si tratta di un’operazione che presenta ancora molti margini di incertezza. Dopo l’incontro di Roma sulle strategie anti Isis, e gli apprezzamenti che il Governo di Matteo Renzi ha ricevuto dal segretario di Stato Usa John Kerry, ci si è molto concentrati sul fatto che l’Italia potrebbe arrivare a impiegare più di mille uomini sullo scenario iracheno. Insomma, un Belpaese che “va alla guerra”. Nelle retrovie, però, acquisisce un significato tutto particolare la maxicommessa che il governo iracheno ha affidato alla società italiana Trevi per la ristrutturazione della diga di Mosul. Un affare da 230 milioni di euro che riguarda un’infrastruttura strategica, sul fiume Tigri, a poche decine di chilometri dai territori controllati dal sedicente Stato islamico.

IL CONTESTO
Zona così sensibile che il Governo Renzi avrebbe intenzione di inviare 450 soldati a protezione dei cantieri. A ben vedere, però, Trevi presenta diversi spunti di riflessione. Nel consiglio di amministrazione di Trevifin, la holding del gruppo, siede per esempio Marta Dassù, che è stata viceministro degli esteri nei governi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta. Ma soprattutto la Dassù siede nel comitato esecutivo dell’Aspen, sulla carta pensatoio molto sensibile alle sirene americane (in particolare quelle del versante “liberal”), nella sostanza autentica lobby filo Usa. Senza contare che la stessa Dassù è uno dei pochi italiani ad essere membri della Trilateral, formalmente gruppo di studio fondato nel 1973 dal banchiere Usa David Rockefeller, ma anche qui nella sostanza vera e propria lobby con sede centrale a New York. Insomma, dentro Trevi c’è un profilo noto agli ambienti Usa e sicuramente gradito. Come curiosità, poi, si può segnalare che nel Cda della società siede anche Monica Mondardini, oggi Ad del gruppo editoriale L’Espresso e di recente finita nel totonomine per la successione di Mario Greco al vertice delle Generali. Ma non finisce qui. Trevi, infatti, è un’azienda privata, ma non così privata come si potrebbe pensare.

IL DETTAGLIO
Accanto alla holding della famiglia Trevisani, che ne detiene il 32,7%, nel capitale della Trevifin troviamo il Fondo strategico italiano, ovvero il braccio operativo della pubblica Cassa Depositi e Prestiti, controllata all’80% dal ministero dell’economia. Tra partecipazioni dirette, e detenute indirettamente attraverso Fsi Investimenti, il Fondo strategico oggi ha in mano il 16,8% di Trevi. C’è quindi anche un interesse in qualche modo pubblico al buon andamento economico della società. Per non parlare del fatto che nel Cda del medesimo Fondo Strategico troviamo Elena Zambon, che non solo è a capo dell’omonimo gruppo farmaceutico, ma è allo stesso tempo vicepresidente dell’Aspen Italia. La solita lobby che rispunta fuori. Detto questo, tra le questioni irrisolte c’è proprio la gestione dei 450 soldati italiani che dovrebbero essere inviati dal Governo a presidiare i cantieri. Che regole d’ingaggio avranno? Chi comanderà nell’area del cantiere? E quali saranno le tutele civili-militari in una zona a così alto rischio per la vicinanza all’Isis? Questioni cruciali che l’Esecutivo deve ancora definire.

Twitter: @SSansonetti