La Mafia Rom minaccia Rampelli. Ma il deputato FdI nega tutto. Un pentito rivela che fu costretto a cedere il seggio. Il racconto-choc al processo in corso a Latina

di Clemente Pistilli
Cronaca

Maietta nel 2013 “entrò alla Camera dei deputati dopo che noi minacciammo pesantemente Fabio Rampelli, costringendolo a optare per l’elezione in un altro collegio e a liberare così il posto”. Con queste parole, pronunciate mentre era collegato in videoconferenza con il Tribunale di Latina, il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo ha scatenato un terremoto e fatto calare nuove ombre su alcuni big del Centrodestra, in un processo per mafia in cui la Dda di Roma ha ipotizzato che il clan di origine nomade Di Silvio nel capoluogo pontino, oltre a fare affari con le estorsioni, l’usura e il traffico di droga, si sia arricchito anche gestendo le campagne elettorali, dall’attacchinaggio alla compravendita di voti, a favore di Noi con Salvini e FdI.

IL CASO. Nel marzo 2013 il commercialista Pasquale Maietta, candidato alla Camera nella lista di FdI e all’epoca uno dei politici più potenti a Latina, risultò terzo dopo Giorgia Meloni e Fabio Rampelli. Rischiava di restare fuori da Montecitorio nonostante Fratelli d’Italia avesse fatto incetta di voti in terra pontina. Rampelli, storico esponente della destra, tra i fondatori di FdI e attuale vice presidente della Camera, alla fine optò per l’elezione nel collegio Lazio 1, lasciando così il seggio del Lazio 2 al professionista latinense, che frequentava abitualmente il pregiudicato Costantino Cha Cha Di Silvio. “Ringrazio l’onorevole Rampelli per aver consentito a me e alla provincia di Latina questa opportunità”, dichiarò subito Maietta, che ottenne anche l’incarico di tesoriere del partito alla Camera.

Poi sull’onorevole pontino iniziarono a piovere avvisi di garanzia e venne anche arrestato, essendo considerato parte di un articolato sistema criminale. E ora nel processo “Alba Pontina”, che vede imputati esponenti del clan Di Silvio considerati dagli inquirenti artefici della costituzione di un’organizzazione mafiosa, un collaboratore di giustizia sganciatosi dal clan, Agostino Riccardo, ha dichiarato in aula che Rampelli fece spazio a Maietta solo dopo essere stato intimidito dallo stesso clan di origine nomade. Dichiarazioni che seguono quelle fatte sempre da Riccardo e da un altro pentito sui servizi di attacchinaggio e la compravendita di voti che i nomadi avrebbero portato avanti a favore di Matteo Adinolfi, attuale eurodeputato della Lega, Gina Cetrone, attuale responsabile a Latina di Cambiamo di Giovanni Toti, Nicola Calandrini, attuale senatore di FdI, e Angelo Tripodi, ora capogruppo della Lega alla Regione Lazio.

LA SMENTITA. Rampelli però smentisce le affermazioni fatte dal collaboratore di giustizia. “Mai avuto a che fare con quella gente – assicura l’esponente di Fratelli d’Italia – mai avuto contatti, per carità. Io optai per l’altro collegio in quanto quello di Latina non era il mio collegio e soprattutto FdI, nato appena 55 giorni prima delle elezioni, in provincia di Latina aveva ottenuto il 10% dei consensi, la percentuale più alta in Italia, e insieme con Giorgia Meloni e Marco Marsilio ritenemmo giusto premiare quel risultato, dando a quel territorio una rappresentanza alla Camera”. Poi però l’astro nascente del partito, Pasquale Maietta, ha iniziato a ricevere avvisi di garanzia, alla Camera sono arrivate richieste di autorizzazione a procedere e sono scattate pure le manette. Una situazione imbarazzante per il partito della Meloni nella scorsa legislatura. “Lo sospendemmo subito”, assicura Rampelli.

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