La strage di Capaci 27 anni dopo. Troppe domande attendono ancora riposta. L’attentato a Falcone indelebile nella memoria del Paese. Ha segnato un prima e un dopo nella lotta alla mafia

di Edoardo Montolli
Cronaca

Nel giorno della ricorrenza della strage di Capaci, riportiamo qui di seguito l’incipit del libro di Edoardo Montolli “I diari di Falcone” (Chiarelettere), in cui il giornalista recupera materiali rivelatori che sono stati trascurati nelle inchieste della magistratura e che invece aiutano a capire che cosa è successo quel 23 maggio 1992.

Roma, 23 maggio 1992, sabato pomeriggio. Intorno alle sedici, Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo salgono sull’auto della scorta, diretti all’aeroporto di Ciampino, dove un aereo deve portarli a Palermo. Sarebbero dovuti partire ventiquattr’ore prima, ma Francesca era impegnata alla commissione per il concorso in magistratura. Così il viaggio è stato rimandato. Il giudice annota il volo su un’agenda elettronica, una Sharp. Lo fa sempre: il databank rappresenta la cartina al tornasole della sua attività. Lì dentro sono registrati incontri, nomi, numeri di telefono, gli impegni e le trasferte del mese. Ma anche la prova che quel giorno le cose sono andate diversamente da come saranno raccontate negli anni a venire. In che modo, lo si vedrà a breve. L’aereo di Stato atterra a Palermo alle 17.43. Tre minuti più tardi le auto blindate che scortano i magistrati si avviano verso la città. Non lontano, alle 17.49, inizia una conversazione telefonica molto lunga, 325 secondi, tra due mafiosi del paese di Altofonte: Nino Gioè e Gioacchino La Barbera. Stanno spiando il percorso delle macchine. Giorni addietro dei bidoncini di plastica carichi di esplosivo sono stati trasportati all’altezza dello svincolo per Capaci e infilati con uno skateboard in uno stretto cunicolo, in attesa dell’ora X.

Avrebbero dovuto ucciderlo due mesi prima, Falcone, a Roma. Sarebbe stato molto più facile e non sarebbe servita una preparazione tanto meticolosa. E poi a Cosa nostra, secondo lo stesso giudice, non interessa spettacolarizzare, a meno che non sia indispensabile. I killer erano già partiti da Palermo per intercettarne i movimenti. Ma i pentiti diranno che nel giro di due settimane Totò Riina aveva cambiato idea, perché aveva «cose più grosse per le mani». E così, ecco il megacantiere sotto l’autostrada, una cosa mai vista. Falcone sa da sempre di poter finire vittima di un attentato. Ma certo non immaginerebbe mai che il commando che si deve occupare di lui e provocare la più eclatante strage della storia della mafia sia composto prevalentemente da personaggi di secondo piano. Quasi un anno prima ha infatti scritto: «È ormai prassi, soprattutto negli ultimi tempi, che i capi partecipino di persona alle azioni particolarmente pericolose o importanti: accresce il loro prestigio. All’assassinio del commissario Ninni Cassarà, il 6 agosto 1985, la Cupola prende parte in prima persona, pressoché al completo».

IL COMMANDO. Ci si aspetterebbe di trovare così ad attenderlo Riina e Bernardo Provenzano. Invece, a parte Giovanni Brusca, il gruppo di fuoco di Palermo appostato all’altezza di Capaci non è formato dal gotha della Cupola: Gioè, La Barbera, Santino Di Matteo e Giovan Battista Ferrante non ne fanno parte. Neppure l’artificiere chiamato per un’operazione tanto delicata è un uomo di stretta fiducia di Riina. Si chiama Pietro Rampulla, già militante di Ordine nuovo, a capo della famiglia mafiosa di Caltagirone, legato ai catanesi di Nitto Santapaola. Benché le sue capacità con il tritolo siano note, Giovanni Brusca dice di averlo portato dal boss solo durante le fasi preparatorie dell’attentato. Salvatore Cancemi, reggente del mandamento di Porta Nuova, e controllore delle «vedette» del gruppo, non lo ha mai visto prima. Il commando non è solo insolito, non è nemmeno affiatato: è la prima volta che lavorano tutti insieme. La Barbera, ad esempio, ha incontrato una sola altra volta Cancemi e Domenico e Raffaele Ganci. Ed è peraltro «rientrato» nella famiglia mafiosa di Altofonte giusto un mese prima. Ma è lui ad avere il delicato compito di osservare il corteo delle auto blindate muoversi verso Capaci. Appena lo incrocia, avverte, al cellulare di Brusca, Nino Gioè. Quest’ultimo, cannocchiale alla mano, aspetta su una collinetta il momento giusto, poi dà il via. Brusca stringe il radiocomando. Ora anche lui nota il corteo: i rami di un albero che gli coprivano la visuale sono stati tagliati da tempo appositamente. Preme il bottone.

L’ORA X. E alle 17.56 l’autostrada salta in aria con un sincronismo che i militari definirebbero perfetto: oltre a Falcone e alla Morvillo, muoiono gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ma i mafiosi hanno avuto due incredibili colpi di fortuna dalla loro parte. Il primo: Falcone si era voluto mettere alla guida, lasciando dietro l’autista Giuseppe Costanza, che si salverà. Il secondo: le auto viaggiavano a una velocità notevolmente inferiore rispetto a quella che i killer avevano calcolato, a 80-90 chilometri l’ora. E soltanto questo ha permesso di azionare l’esplosivo nel momento esatto, sorprendendo lo stesso Brusca, che ha esitato nell’attimo decisivo, al punto che Gioè è stato costretto a gridargli per ben tre volte di schiacciare il bottone. Nonostante la triplice indecisione, malgrado non avessero mai lavorato prima insieme, malgrado non fossero i capi, l’impresa è incredibilmente riuscita.

PUNTI DI DOMANDA. Diventati collaboratori di giustizia, gli uomini del commando non sono tuttavia mai riusciti a chiarire quando e dove Riina avesse deciso di eliminare Falcone e lo avesse comunicato agli altri: qualcuno dice che è stato verso la fine del ’91, in una riunione avvenuta nell’ennese, qualcun altro nei primi giorni del ’92, o ancora dopo la sentenza del 30 gennaio 1992, quando la Cassazione rese definitive le condanne del maxiprocesso. Nelle ultime dichiarazioni di Giovanni Brusca si parla della comunicazione avvenuta durante una cena per gli auguri di
Natale del 1991. E in quella di Vincenzo Sinacori, infine, di una riunione tenutasi a Castelvetrano tra l’ottobre e il novembre del 1991. Si sa soltanto, dalle loro parole, che le menti operative furono due: una è Salvatore Biondino, trait d’union tra il gruppo di fuoco e Riina, che non si è mai pentito, l’altra è Nino Gioè, morto ufficialmente suicida in circostanze a dir poco inquietanti quattro mesi dopo il suo arresto.

Anche la questione dell’esplosivo, su cui saranno chiamati a lavorare l’Fbi e i laboratori della Defence Research Agency inglese, è rimasta piuttosto controversa. Brusca preciserà sempre che «Rampulla ha avuto solo il compito di reperire il telecomando e poi l’assemblaggio. Per quanto riguarda la parte tecnica, come ebbi a dire, durante la strage di Capaci, mi sono avvalso di un perito, di un fochino che proprio è competente della materia». Lui, il fochino, gli avrebbe «dato tutte le spiegazioni per come portare a termine la strage di Capaci, il collegamento, la funzione, tutto quello che dovevo fare». Quanto al materiale utilizzato, ci vorranno quasi tre decenni e – in assenza dei reperti originali non più disponibili – la testimonianza di Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza per chiarire agli ultimi due periti, Claudio Minero e Marco Vincenti, ordinari di Chimica analitica all’università di Torino, che «in termini di probabilità» furono usati due tipi di esplosivo: uno civile da cava e un altro bellico, con nitrato d’ammonio. È vero che quest’ultimo componente è stato rilevato in labili quantità, ma, essendo il nitrato solubile, la pioggia potrebbe averlo disciolto. Potrebbe. È stato Spatuzza, d’altra parte, a raccontare come recuperò le bombe inesplose della Seconda guerra mondiale in mare, tirandole su con una fune, smontando gli ordigni e triturando ciò che c’era dentro. All’epoca era già uomo fidatissimo dei boss di Brancaccio Filippo e Giuseppe Graviano, ma non era ancora stato «combinato» (lo sarà solo nel 1995). Tanto che Brusca lo conosceva semplicemente come un impiegato. E ne ignorava il ruolo di «fornitore» per la strage.

GLI SPOSTAMENTI DEL GIUDICE. Perché poi c’è l’agenda Sharp. È leggendo quegli appunti che la ricostruzione non torna sul punto più importante: e cioè come facessero i mafiosi a sapere che proprio sabato 23 maggio Falcone sarebbe sceso a Palermo. E a essere pronti, appostati sulla collina. Gli uomini del commando raccontano di aver studiato un piano perfetto per scoprirlo: pedinarono la Croma dell’autista che da casa del giudice andava a prenderlo all’aeroporto e appresero così in quali giorni faceva rientro e con quali voli. Per questo erano abbastanza sicuri che si sarebbe presentato di sabato. Perché lo avevano verificato personalmente. Lo spiegano tutti i pentiti al processo del 1996.