Da 7 mesi l’Arabia bombarda lo Yemen in una guerra non dichiarata. E anche se la legge non lo consente, a vendere le armi siamo noi

di Carmine Gazzanni
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di Carmine Gazzanni

Finché c’è guerra, c’è speranza. È risaputo, d’altronde, che il mercato italiano delle armi non conosce crisi. Un dato per capirci: nel 2014, stando alla relazione governativa sull’esportazione di armamenti, le aziende italiane hanno siglato contratti per 2 miliardi e 650 milioni, con un aumento record del 23% rispetto all’anno precedente. Una montagna di soldi, dunque. Le imprese smerciano con tutti, dall’Africa all’Europa passando per l’America. A una sola condizione, imposta da tutti gli organismi internazionali: non si vende a Paesi in guerra o che ledono i principi di vita e il rispetto della dignità umana. Non a caso la legge che regolamenta il mercato d’armi (la n. 185 del 1990) a riguardo è più che chiara: “l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato” in contrasto con le direttive Onu, “verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”, verso i Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. E allora perché l’Italia permette che dalla Sardegna partano aerei con tonnellate di bombe per l’Arabia Saudita, da mesi impegnata in un conflitto in Yemen non autorizzato e che ha portato già a oltre 4mila morti?

CONFLITTO NON AUTORIZZATO – Sembrerebbe surreale. Quasi da non crederci. Se non fosse per quel piccolo particolare che è tutto vero. A lanciare l’allarme è stata l’associazione pacifista Rete per il disarmo insieme ad Amnesty International. Il 29 ottobre, infatti, diverse tonnellate di bombe e munizionamento sono state imbarcate all’aeroporto di Cagliari Elmas su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way con destinazione Arabia Saudita. “Si tratta – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente Armi Leggere (Opal) di Brescia – con ogni probabilità di una nuova fornitura di bombe fabbricate nell’azienda tedesca RWM Italia di Domusnovas che prosegue le spedizioni degli ultimi anni”. Già, negli ultimi anni. Secondo la relazione già ricordata, infatti, solo nel 2014 le aziende italiane hanno siglato 64 autorizzazioni totali per un valore di ben 164 milioni. Peccato, però, che da marzo 2015 l’Arabia sia impegnata in una guerra in Yemen. Un conflitto condannato dall’Onu i cui bombardamenti hanno finora causato più di 4mila morti (di cui almeno 400 bambini) e 20mila feriti – di cui circa la metà tra la popolazione civile – provocando una “catastrofe umanitaria” con oltre un milione di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti. “Sappiamo – ha detto ancora Beretta – che ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall’Italia, come le bombe MK84 e Blu109, sono stati ritrovati in diverse città dello Yemen bombardate dalla coalizione saudita e il nostro Ministero degli Esteri non ha mai smentito che le forze militari saudite stiano impiegando anche ordigni prodotti in Italia in questo conflitto”. A rincarare la dose, anche Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo: “è evidente – ha detto, contattato da LaNotizia – come anche dall’Italia stiano partendo bombe e munizionamenti che vengono impiegati per alimentare un conflitto promosso da un paese come l’Arabia Saudita che palesemente viola i diritti umani. Com’è possibile tutto questo quanto i principi alla base della legge n. 185/90 che regolamenta l’esportazione italiana di armamenti vanno in tutt’altra direzione? Chiediamo dunque che il Ministro Gentiloni chiarisca con urgenza nelle sedi opportune la situazione”.

TUTTO TACE – Perché la conclusione del discorso è esattamente questa: che fa il Governo davanti a tutto questo? Nulla. Esattamente nulla. Già da luglio, in un’interrogazione di Giulio Marcon (Sel), si sottolineava come “un gruppo di hacker ha sottratto diversi documenti e comunicazioni diplomatiche che provano la spedizione di componenti di bombe dal territorio della UE alla penisola arabica […] I documenti mostrano come alcuni componenti siano partiti dal porto di Genova e siano arrivati a Gedda, in Arabia Saudita”, dopo essere stati “realizzati in Sardegna dalla RWM Italia s.p.a., una società sussidiaria della Rheinmetall”, società con sede in Germania. L’atto non ha mai ricevuto risposta, esattamente come le altre 3 interrogazioni presentate nel corso dei mesi e dello stesso tenore. Tutto tace alla Farnesina. E dopo l’appello delle associazioni umanitarie? Silenzio. Ancora. Drammatico e vergognoso.

Tw: @CarmineGazzanni