Le prefetture non combattono le infiltrazioni mafiose. In pochissime città sono state istituire le white list delle imprese “pulite”

di Valeria Di Corrado
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di Valeria Di Corrado

I prefetti italiani non hanno a cuore la lotta alle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. Oggi scade il termine per istituire presso ciascun Ufficio territoriale del Governo le cosiddette “white list”: un elenco delle imprese con la “fedina antimafia” pulita. L’iscrizione avviene dopo che la prefettura ha fatto tutte le verifiche sulla tracciabilità dei flussi finanziari.

Lo prevede la legge anticorruzione approvata il 6 novembre 2012, che ha demandando al presidente del Consiglio die Ministri il compito di definire le modalità per l’aggiornamento delle liste di fornitori, prestatori di servizi ed esecutori dei lavori non soggetti all’inquinamento della criminalità. Il testo del decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 18 aprile e quindi entra in vigore oggi. Allo stato attuale, però, “La Notizia” ha riscontrato che, tra le prefetture dei 20 capoluoghi di regione, soltanto 3 hanno pubblicato sui propri siti internet le “white list”. Si tratta delle città che, loro malgrado, si sono trovate ad affrontare opere importanti come la ricostruzione del dopo-terremoto (L’Aquila e Bologna) o che stanno seguendo l’organizzazione di un evento di portata internazionale come l’Esposizione Universale del 2015 (Milano).

Questo non vuol dire, però, che gli altri comuni italiani non avrebbero bisogno di trasparenza nell’assegnazione di appalti strategici. Pensiamo a Roma, ad esempio, dove attualmente si sta ampliando la rete della metropolitana con la linea C. Alla linea ferroviaria di alta velocità Torino-Lione. Oppure a Venezia, con il sistema del Mosè. Proprio nella città lagunare il 7 dicembre 2012 si è tenuto un vertice tra il prefetto Domenico Cuttaia, il capo della Dia Arturo De Felice e il questore per fare il punto sulle attività messe in campo nei mesi precedenti per impedire tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata in un settore nevralgico dell’economia come le grandi opere pubbliche. La prefettura di Venezia aveva infatti affidato alla Dia il coordinamento operativo delle forze di polizia e della direzione provinciale del Lavoro tenendo in considerazione “non più solamente il rischio della presenza di ditte provenienti da aeree del Paese particolarmente esposte alla criminalità organizzata, ma anche la possibilità che aziende, nate ed operanti nel territorio veneto, abbiano eventualmente subito condizionamenti quando hanno operato in quelle aree”. Il lavoro era finalizzato all’attuazione delle “white list”, previste dal Testo unico antimafia e dalla legge anticorruzione. Ma degli elenchi delle imprese virtuose non c’è ancora traccia sul sito internet dell’ufficio territoriale di Venezia. Insomma, il contrasto alla criminalità organizzata nel nostro Paese può attendere.

 

 

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