L’incidente di ieri in Austria svela quanto l’Italia è fragile sulle forniture di gas, con il 92% del fabbisogno importato: se la Russia ci chiude i rubinetti qui si ferma tutto

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Un morto e ottanta feriti. Questo il bilancio dell’esplosione del più grande impianto di ricezione e distribuzione di gas in Austria, a Baumgarten. Un’esplosione che ha subito avuto ricadute sull’Italia, dato che da qui passano i flussi di gas naturale provenienti dalla Russia. E non a caso il nostro ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha subito fatto intendere la gravità della vicenda tanto che, poche ore dopo, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Un punto, in effetti, dev’essere più che chiaro: l’Italia è quasi interamente dipendente dall’estero in fatto di energia e di gas naturale. Inevitabile, dunque, che le istituzioni si siano allertate. I dati, d’altronde, parlano chiaro. Secondo le ultime rilevazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico, nel 2016 la produzione nazionale di fonti energetiche è diminuita complessiva del 4,1% rispetto all’anno scorso. Non a caso, dice sempre il MiSe, “la quota delle importazioni nette rispetto al fabbisogno energetico nazionale (che indica il grado di dipendenza del Paese dall’estero, ndr) cresce lievemente”, passando dal 75,3% nel 2015 al 75,6% nel 2016. Ma ecco il dato che più ci interessa: se si considera la diminuzione delle importazioni nette di energia elettrica (- 20,2%), del carbone (- 10,4) e delle fonti rinnovabili (- 9,8), assistiamo dall’altro lato a importanti aumenti nelle importazioni di gas naturale (6,7%) e di petrolio (0,35%).

Madre Russia – A questo punto passiamo, più nel dettaglio, a esaminare i dati relativi all’approvvigionamento di gas naturale. Dati da cui emerge un punto incontrovertibile: siamo dipendenti dall’estero e, in particolar modo, dalla Russia di Vladimir Putin. Leggere per credere. La domanda di gas naturale è stata coperta dalla produzione nazionale solo per l’8%. Ergo: importiamo gas per il 92%. E, a quanto pare, va sempre peggio se si considera che, rispetto al 2015, nel 2016 la produzione nazionale di gas si è ridotta del 14,6%. Inevitabile, allora, che di contro l’importazione sia cresciuta: in un anno parliamo di un aumento del 6,7% (circa 4,1 miliardi di metri cubi). Ma a questo punto, la domanda è inevitabile: da chi acquistiamo gas? Innanzitutto dalla Russia, come detto. Da qui, infatti, nel 2016 i flussi di approvvigionamento hanno portato 28,3 miliardi di metri cubi. Considerando che in totale l’importazione di gas è stata pari a 65,3 miliardi di metri cubi, ci rendiamo facilmente conto come la Russia occupi quasi la metà della “torta di gas”. Enormemente cresciuto, poi, anche il commercio con l’Algeria: nel 2016 l’importazione di gas è stata pari a 18,9 miliardi di metri cubi; un aumento addirittura del 160,5% rispetto al 2015. Via via tutti gli altri Paesi con Olanda e Norvegia (6,7 miliardi di metri cubi) e Libia (4,8 miliardi). Né va meglio in altri ambiti energetici. Prendiamo il petrolio. Qui la produzione nazionale ha contribuito per il circa il 6,5%, mentre le esportazioni nette (al netto delle scorte accumulate), hanno soddisfatto oltre il 90% della domanda. Stesso discorso anche per i combustibili, nonostante si assista a un miglioramento, dato che le importazioni sono diminuite del 14% rispetto al 2015.

Depositi pieni – A questo punto la domanda delle domande: l’Italia è a rischio? Grazie alle nostre riserve di gas possiamo stare sereni. Come comunicato ieri dalla Snam, infatti, l’Italia “ha una situazione invidiabile” per le riserve di gas con un rapporto stoccaggio-domanda tra i più alti al mondo. Parliamo infatti di 12 miliardi di metri cubi di gas a fronte di un mercato di 70 miliardi di metri cubi. Una capacità che peraltro sale fino a 17 miliardi se consideriamo anche le riserve da utilizzare solo in caso di crisi del sistema.

Tw: @CarmineGazzanni