Mafia Capitale, dai giudici d’appello una sentenza storica. L’esperto di anti-crimine Razzante: “verdetto giusto”

di Davide Manlio Ruffolo
L'intervista

“Ormai non possiamo più dire ‘beh la mafia a Roma non c’è’, come affermato anche da autorevoli commentatori. Il mondo di mezzo è associazione a delinquere di stampo mafioso. È tutto molto semplice”. Il ragionamento è del professor Ranieri Razzante, presidente dell’Aira (Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio), che ha le idee chiare su Mafia Capitale.

Partiamo dall’inizio, questa è una sentenza storica?
“Si, quella di ieri è stata una sentenza storica per ben due motivi. Primo perché ribalta le tesi del primo grado, ritenute particolarmente convincenti dagli avvocati della difesa, dove si parlava semplicemente di reati minori e corruttivi, escludendo un vincolo associativo che, a mio parere, era evidente. Secondo perché sappiamo bene che a Roma le mafie sono presenti ma ora lo si riconosce con una sentenza”.

Lei ha sempre sostenuto la presenza dell’aggravante mafiosa, cosa glielo faceva pensare?
“Non ho avuto nessun intuizione particolare, bastava avere un po’ di esperienza di mafia e io sono trent’anni che mi occupo di quest’argomento. Personalmente mi ero fermato ad un’analisi attenta del 416 bis e delle ipotesi che prevede il codice penale. Quest’ultimo dice che è aggravante mafiosa quando c’è un sodalizio, cioè un gruppo di persone associate per compiere reati, com’è stato dimostrato che c’era. Inoltre c’era la forza intimidatrice perché le persone esercitavano una pressione e il codice dice che non serve che questa sia messa in atto con le botte e nemmeno che sia necessaria la violenza. Infatti anche se quella promessa di violenza non si realizza, comunque si verifica il caposaldo della forza intimidatrice. Eppoi perché c’erano la classica commistione di interessi pubblici e privati tipici delle mafie moderne. Inoltre perché lessi le cinque mila pagine della prima motivazione, quella del gip, dove c’era una disamina precisa”.

Alla luce del risultato di oggi (ieri, ndr), secondo lei cambia il concetto stesso di “mafiosità”?
“Assolutamente no. Non era questa l’intenzione della Procura che ha a capo uno dei più grossi esperti di mafia che abbiamo in Italia e non solo, il procuratore Giuseppe Pignatone. Non ho avuto dubbi fino dal primo momento che una Procura così attenta sui reati di mafia potesse estendere arbitrariamente un concetto simile. Noi non dobbiamo pensare solamente alla mafia tradizionale. La mafia oggi è metodo mafioso cioè utilizza arti, pressioni e strumenti che sono posti in essere da colletti bianchi. In Mafia Capitale c’era il Carminati che è un delinquente ma gli altri erano colletti bianchi della politica, delle istituzioni e soprattutto burocratici, che si sono prestati. Non dobbiamo ignorare che la nuova mafia è questo e Roma, essendo una città che ha in sé la ricchezza delle pubbliche amministrazioni del nostro paese, non poteva esserne immune”.

Come si spiega la pena inflitta a Buzzi (18 anni) maggiore di quella di Carminati (14 anni)?
“Bisognerebbe leggere le motivazioni della sentenza ma tendenzialmente quando succede questo è perchè il giudice si è soffermato sui comportamenti concreti. Il fatto che Carminati fosse un delinquente e Buzzi no, costituisce un aggravante per quest’ultimo”.

Potrebbe essere sott’inteso un rapporto di subordinazione di Carminati rispetto a Buzzi?
“Non è da escludere. E’ verosimile che Buzzi abbia preso più anni perché era il capo dell’organizzazione mentre il Carminati esercitava la sola violenza intimidatrice. A quel punto viene ritenuto subalterno: è come se prendesse ordini da Buzzi”.

Dunque è una sentenza completamente ribaltata.
“Assolutamente si rispetto al primo grado. Non ne faccio una questione di pene ma di interpretazione innovativa e corretta che la Procura di Roma ha fornito”.

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