Malagrotta, l’impianto di Cerroni finisce nel mirino della Commissione Ecomafie. Parla il presidente M5S, Vignaroli: “Gravi mancanze nei controlli”

di Carmine Gazzanni
L'intervista

“Stiamo lavorando per fare luce sulla vicenda. Ma è certo che negli 11 anni trascorsi da quando l’impianto è stato completato, la Regione e gli organi di controllo avrebbero potuto fare di più per accertare le irregolarità. Nessuno invece si è mai mosso”. Ancora prima che diventasse presidente della Commissione Ecomafie, il deputato M5S Stefano Vignaroli aveva denunciato le presunte irregolarità sul gassificatore di Malagrotta. Ed è anche per questo che, oggi più che mai, all’indomani della crisi dei rifiuti a Roma, l’attenzione della Commissione d’inchiesta sul tema è altissima.

Si è dato una spiegazione del silenzio che a lungo ha consentito all’impianto di ottenere tutte le autorizzazioni del caso?
Mi colpisce come questo sia potuto accadere: potrebbe essere un ulteriore elemento del ricorso fatto dalla Procura in Cassazione contro l’assoluzione di Manlio Cerroni, in cui si parla di un suo “controllo assoluto della gestione dei rifiuti nella regione Lazio”. I cittadini, e tra questi c’ero anch’io, hanno denunciato più volte la situazione, ma si sono trovati soli.

Qualcuno, però, quelle autorizzazioni le ha date. Crede che la magistratura dovrebbe indagare?
Si tratta di fatti vecchi, per i quali probabilmente la prescrizione arriverebbe prima della giustizia. Ovviamente, se dal nostro lavoro emergeranno altri elementi, informeremo gli inquirenti. La questione in ogni caso va risolta e chi in Regione non ha controllato deve prendere i provvedimenti di sua competenza.

A breve conosceremo il Piano Gestione Rifiuti. In che direzione crede dovrebbe andare per uscire dall’emergenza?
Spero che il Piano vada nella direzione di aiutare la Capitale. Non si può pretendere che una città come Roma, dove alla produzione dei rifiuti dei suoi 3 milioni di abitanti si affianca ogni giorno quella di pendolari e turisti, chiuda il ciclo in totale autonomia e autosufficienza. Servono impianti di trattamento e avvio al riciclo e bisogna puntare su riduzione e recupero di materia. Su questo però il singolo Comune non può essere lasciato solo.

Come si sa, la magistratura sta indagando sui roghi che hanno interessato impianti di rifiuti a Roma. Crede che l’ipotesi sabotaggio possa essere concreta?
Sugli incendi di Roma, lascio lavorare i magistrati. Va detto che i Tmb nel Lazio hanno tutti problemi. Occorre fare maggiore manutenzione e ridurre i volumi conferiti, altrimenti l’intoppo, doloso o colposo, è sempre dietro l’angolo e qualunque sistema viene per forza messo in ginocchio.

Che situazione si è trovato di fronte nel corso dei sopralluoghi nell’area romana?
Abbiamo svolto numerose audizioni sul ciclo dei rifiuti a Roma e sull’incendio al Tmb Salario. Sulla situazione della Capitale, dalle audizioni è emersa la necessità di maggiore collaborazione tra le istituzioni, nell’ottica dell’interesse pubblico. Nella scorsa legislatura abbiamo svolto sopralluoghi a Malagrotta e a Rocca Cencia. Quest’ultimo, rispetto agli altri impianti dello stesso tipo, già nel 2015 appariva vecchio e maltenuto.

Incendi e roghi interessano tutta l’Italia: circa 300 incendi dal 2014 ad oggi. Si può parlare di una guerra dei rifiuti?
Più che di una guerra, parlerei di una crisi strutturale del sistema di gestione dei rifiuti. Una crisi di cui gli incendi rappresentano la manifestazione più evidente, insieme al crescente numero di capannoni riempiti di rifiuti senza sbocchi, o per i quali lo smaltimento è molto costoso. Produciamo sempre più rifiuti, ma nel frattempo si sono ristretti gli sbocchi commerciali. È necessario creare una filiera industriale per il recupero di materia. Tecnicamente è possibile, ma servono incentivi e politiche adeguate.

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