Mezza Europa vede la recessione. E Draghi accelera con le solite aspirine. La Bce rifinanzia le banche e lascia i tassi a zero. Misure già utilizzate e che non hanno impedito la decrescita

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Sui giornali sempre molto ossequiosi con Mario Draghi (non si sa mai…) difficilmente si trovano critiche sull’operato della Banca centrale europea. E dire che gli argomenti non mancherebbero: dal rallentamento dell’economia in tutta l’eurozona al fallimento del target sull’inflazione, sino alle fibrillazioni del sistema del credito in diversi Paesi. A dire il vero, però, il peccato originale è un altro. La Bce in nome dell’autonomia dal potere politico di Bruxelles e dei singoli Stati Ue risponde in modo autoreferenziale solo a se stessa.

Quindi decide come le pare dell’utilizzo della nostra moneta, finendo inevitabilmente per favorire qualcuno a discapito di qualcun altro. Così è andata quando proprio Draghi comprese che l’Euro stava saltando e iniziò a parlare di Quantitative easing, cioè dell’immissione di liquidità monetaria nel circuito finanziario. I tedeschi si misero di traverso e solo nel 2015 l’Europa riuscì a disporre della stessa leva monetaria con cui già sei anni prima si erano messi in sicurezza gli Usa, ossia la culla del dissesto bancario partito con Lehman Brothers.

Quella misura ebbe comunque l’effetto di salvare la moneta europea, e in mezzo a tanto altro anche le banche italiane. Il punto è che nell’estate scorsa il Quatitative easing si è sgonfiato e a dicembre è finito. Secondo molti analisti si è chiuso troppo presto, e questa è un’opinione. È invece una certezza che uno degli effetti di questa chiusura è stata la risalta dello spread in molti Paesi e in Italia in modo più accentuato.

Una scelta che ci sta già costando moltissimo e che in futuro chissà quanto ancora dovremo pagare. Nonostante questo Draghi non si tocca, e persino le due mosse annunciate ieri sono state salutate come straordinarie concessioni mentre in realtà svelano che le misure fin qui utilizzate dall’Eurotower sono state scarsamente efficaci. La prima di queste mosse è una nuova edizione del cosiddetto Tltro, cioè un nuovo round di finanziamenti a lungo termine e condizioni agevolate al sistema bancario.

La Bce in sostanza presta alle banche tutti i soldi che vogliono, così da poter affrontare i problemi di liquidità che evidentemente hanno in più di qualche caso. L’Istituto centrale però come sempre si muove senza fretta, e facendo finta che la recessione non sia arrivata persino in Germania rinvia questo maxi-prestito a settembre prossimo, lasciandolo in funzione fino a marzo 2021. Se non fosse che a Francoforte lavorino con certezza fior di analisti finanziari, potremmo pensare che la maggioranza di questi siano ciechi oppure che certe scelte della Banca centrale siano scriteriate.

Ovviamente di un nuovo Quantitative easing non si parla neppure, perché un’operazione che equivale a stampare moneta riduce inevitabilmente i tassi d’interesse e dunque i guadagni delle banche che prestano il denaro. Ma questi tassi sono egualmente mantenuti ai minimi di sempre, perché la seconda mossa annunciata ieri da Draghi è che il costo del denaro resterà a quota zero almeno fino al termine di quest’anno. In un quadro di incertezza economica, insomma, dove le stesse imprese chiedono minori finanziamenti bancari in quanto preferiscono aspettare per i loro investimenti produttivi, la Bce offre la medesima aspirina con cui ci cura da anni, incurante del fatto che l’intervento dal suo punto di vista sia riuscito anche se malauguratamente il paziente è morto.

Draghi, si dirà, forse non ha potuto fare di più, e chissà se un giorno ci rivelerà le pressioni che può subire un uomo nella sua posizione. Quanto rivelato dal ministro Tria a proposito del ricatto esercitato dalla Germania sull’allora responsabile della nostra economia, Saccomanni, per farci accettare l’introduzione del bail-in (la norma che scarica il dissesto delle banche su obbligazionisti e clienti) testimonia che il tavolo della grande finanza internazionale non è un posto per signorine. Però la minuscola accelerazione alle due misure Bce annunciate ieri ancora una volta sposta l’aiuto della leva monetaria ai Paesi che cercano di uscire dalla loro bassa crescita.

Un gioco folle, visto che le banche centrali di Washington, Pechino e Tokyo agiscono parallelamente alle esigenze delle loro economie, e quando in qualche caso gigioneggiano (vedi il tentativo della Federal Reserve di alzare i tassi americani) il potere politico le richiama all’ordine, anche con la ruvidezza che sa esercitare quando vuole un signore come Donald Trump.

Dunque non possiamo accontentarci dei pannicelli caldi che una Bce a trazione franco-tedesca ci dispensa, soprattutto se consideriamo che tutto il sistema bancario europeo ha oggi 720 miliardi in scadenza, e l’Ocse ci ha appena omaggiato delle sue terribili previsioni sulla crescita, con il Pil 2019 dell’Eurozona in rialzo appena dell’1,1% (1,6% nel 2020), e la stessa Eurotower stima un’inflazione all’1,2% (in calo rispetto all’1,6% atteso e al 2% dell’obiettivo Bce. L’Italia, insomma, con tutti i suoi problemi non può fare la voce grossa, ma a cominciare da Draghi pure in Europa c’è poco da vantarsi sull’essere virtuosi.